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Oncologia

«Preparare» il tumore per batterlo con l'immunoterapia

pubblicato il 03-06-2019

Combinare farmaci che modificano il Dna del cancro potrebbe essere la chiave per rendere l'immunoterapia ancor più efficiente. Una prima mondiale ad ASCO frutto della ricerca italiana

«Preparare» il tumore per batterlo con l'immunoterapia

L'immunoterapia è ad un bivio. Se per alcune forme di cancro l'utilizzo di questo approccio ha cambiato la vita di molti pazienti, circa la metà di chi riceve gli immunoterapici non riesce a trarre vantaggio dalle terapie. Ed è proprio su questa quota di malati che si sta concentrando ora la ricerca. Una strategia potrebbe essere quella di «preparare» il tumore ad essere attaccato. Un approccio promettente stando ai primi dati presentati in anteprima mondiale al congresso dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), il principale appuntamento mondiale dedicato alla lotta al cancro. A metterla a punto sono stati i ricercatori italiani del Centro di immuno-oncologia (Cio) del policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena.


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IL SISTEMA IMMUNITARIO TIENE SOTTO CONTROLLO IL TUMORE

I dati parlano chiaro: grazie all'immunoterapia, quella strategia che prevede la somministrazione di farmaci capaci di "risvegliare" il nostro sistema immunitario per riconoscere ed attaccare le cellule cancerose, un paziente su 4 con tumore al polmone è vivo a 5 anni dalla diagnosi. Nel melanoma metastatico uno su 5 a 10 anni di distanza. Una situazione impensabile sino al 2011 quando queste neoplasie non lasciavano scampo. «Con l'immunoterapia - spiega Michele Maio, direttore del Cio - oggi è possibile cronicizzare molte forme di tumore. Assodato questo concetto è arrivato il momento di concentrare i nostri sforzi nel cercare di aumentare la quota di persone che risponde a questo tipo di trattamenti. Oggi infatti è circa il 50 per cento dei malati a trarre beneficio dall'immunoterapia».

COME FUNZIONA L'IMMUNOTERAPIA?

MODIFICARE IL DNA DEL CANCRO

Se da un lato una delle possibili strategie per aumentare la percentuale è migliorare la sequenza con cui somministrare i diversi immunoterapici, l’altra prevede la somministrazione dell’immunoterapia in combinazione a molecole in grado di modificare le caratteristiche del tumore. L'obiettivo principale è rendere la malattia maggiormente visibile al sistema immunitario. Ed è in questa direzione che va lo studio dei ricercatori italiani.

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SPIANARE LA STRADA ALL'IMMUNOTERAPIA 

La strategia utilizzata ha previsto la somministrazione di un farmaco epigenetico, la guadecitabina, capace di determinare modificazioni nel Dna delle cellule tumorali per poterne modulare l’espressione genica. «Le modifiche generate da questo farmaco - spiega Alessia Covre, coordinatore della ricerca pre-clinica del Cio al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, coautore dello studio - fanno sì che le cellule tumorali esprimano, sulla propria superficie, molecole che hanno un ruolo fondamentale nell’interazione tra tumore e sistema immunitario. In questo modo il tumore risulta maggiormente visibile agli occhi delle cellule del sistema immunitario del paziente». La guadecitabina dunque crea le condizioni ottimali per fare in modo che i farmaci immunoterapici somministrati successivamente possano avere maggiore efficacia.


Quali possono essere gli effetti collaterali dell'immunoterapia

LA SEQUENZA FUNZIONA

Lo studio di fase 1b, iniziato nel 2015, ha coinvolto 19 pazienti con melanoma metastatico e ha dimostrato la sicurezza e la tollerabilità della sequenza di somministrazione dei due farmaci. Dalle analisi è anche emerso che nel 42% dei pazienti si è verificato un controllo della malattia e nel 26% dei casi una risposta obiettiva al trattamento. Si tratta del primo studio al mondo a dimostrare la validità di questto approccio. «Questi dati - aggiunge Anna Maria Di Giacomo, coordinatrice della ricerca clinica del Cio e Principal Investigator dello studio - ci indicano che siamo sulla buona strada. La somministrazione sequenziale di un agente ipometilante (la guadecitabina) e dell’immunoterapico è un trattamento fattibile e complessivamente ben tollerato, che può migliorare l’efficacia dell’immunoterapia».

INVESTIRE IN RICERCA 

Ora è arrivato il momento di non abbassare la guardia. «Per fare un passo avanti ulteriore occorre investire ancora in ricerca. Dobbiamo ritornare nei laboratori per analizzare e comprendere come il nostro sistema immunitario interagisce con il tumore. In questo modo potremo dare risposte a quella fetta di malati che ancora non risponde all'immunoterapia», conclude Maio.

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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