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Oncologia

Tumore al seno, la ricostruzione è possibile anche oltre i settant’anni

pubblicato il 02-03-2015
aggiornato il 07-11-2017

La ricostruzione, fa ormai parte dell’intervento per rimuovere il tumore al seno. La ricostruzione tiene in considerazione la tipologia di intervento. I veri ostacoli sono fumo, obesità, diabete o radioterapie

Tumore al seno, la ricostruzione è possibile anche oltre i settant’anni

La priorità è guarire dalla malattia. Ma quando le donne finiscono in sala operatoria per rimuovere un tumore al seno, si interrogano anche sulla possibilità di preservare la loro femminilità.

La ricostruzione, facoltativa, fa ormai parte dell’intervento per rimuovere la neoplasia: tanto da essere sempre rimborsata dal Sistema Sanitario Nazionale.

Ma se le pazienti hanno più di settant’anni, talvolta si evita di ricostruire l’organo asportato per ridurre il rischio operatorio. Precauzione opportuna o cautela non richiesta?

 

NESSUN LIMITE

La ricostruzione avviene sempre in maniera molto personalizzata, tenendo in considerazione la tipologia di intervento subito per la rimozione del tumore.

Motivo per cui la risposta al quesito è affidata all’equipe operatoria: composta quasi sempre da un senologo, da un chirurgo plastico, da un radioterapista e da uno psicoterapeuta. In realtà, però, l’età avanzata non rappresenterebbe un fattore in grado di escludere la possibilità di ricostruire il seno operato.

È la conclusione a cui è giunto un gruppo di specialisti della divisione di chirurgia oncologia e ricostruzione plastica della Pritzker School of Medicine di Chicago.

Utilizzando una banca dati nazionale degli interventi effettuati, i ricercatori hanno identificato quasi 41.100 donne che avevano subito l’asportazione di un seno - mastectomia unilaterale: radicale o conservativa - tra il 2005 e il 2012. Di queste, circa 11.800 pazienti erano poi state sottoposte all’intervento di ricostruzione. Confrontando le percentuali di complicanze rilevate tra le donne più giovani (il 39,5% delle quali s’è sottoposta alla ricostruzione del seno operato) e quelle più anziane (appena il 10,8% operate), è emerso un rischio operatorio comparabile: pari al 5,2% (under 65) e al 6,8% (over 65). I risultati dello studio sono stati pubblicati su Plastic and Reconstructive Surgery.

 

ANZIANE, ATTENZIONE AI COAGULI DI SANGUE

L’unica differenza ha riguardato una probabilità più alta di andare incontro a complicanze legate alla coagulazione del sangue. Episodi di tromboembolismo venoso sono infatti risultati più frequenti nelle donne anziane che avevano effettuato interventi di ricostruzione autologa, in cui la forma del seno viene recuperata senza ricorrere a una protesi, ma attraverso l’iniezione di cellule di grasso prelevate dalle cosce o dall’addome.

Si tratta di una complicanza che porta alla formazione di coaguli di sangue nelle vene degli arti inferiori o dei polmoni e che è risultata quattro volte più ricorrente nelle over 65 e fino a sei volte più frequente nelle donne di età compresa tra 70 e 75 anni. Il riscontro ha portato Marc Sisco, chirurgo plastico tra gli autori della pubblicazione, a chiarire che «il rischio complessivo non varia a seconda dell’età, ma le donne anziane che subiscono la ricostruzione della mammella potrebbero aver bisogno di una terapia anticoagulante che prevenga episodi di embolia».

 

QUALE INTERVENTO SCEGLIERE?

Dunque, escludendo altri fattori (durata della degenza ospedaliera, complicanze della ferita, sepsi, shock settico, ricorso a trasfusioni), i chirurghi americani hanno notato che «l’età non è utile a determinare il rischio di complicanze operatorie». Ovvero: a parità di buono stato fisico, l’intervento di ricostruzione ha le stesse chance di riuscita sia nelle giovani donne sia in quelle più anziane.

«Oggi, in ragione anche dell’allungamento della vita, si tende a ricostruire il seno anche nelle pazienti oncologiche di 65-70 anni - afferma Massimo Rinaldo, responsabile dell’unità operativa di chirurgia conservativa della mammella dell’istituto oncologico Pascale di Napoli -. Ci sono, però, delle condizioni che sconsigliano l’intervento: come il tabagismo, l’obesità, il diabete e il ricorso a precedenti radioterapie a carico dell’altro seno o di un linfoma di Hodgkin localizzato nel mediastino». La scelta della metodica chirurgica da adottare tiene conto delle caratteristiche del seno, della sua dimensione, dell’età e dell’aspettativa di vita della paziente.

«La più frequente prevede l’inserimento di una protesi nei mesi successivi alla rimozione del tumore - spiega Franco Di Filippo, responsabile del reparto di chirurgia generale e della mammella dell’Istituto Regina Elena di Roma -. Prima, infatti, è necessario lasciare il tempo affinché l’espansore inserito nel corso dell’intervento completi la sua azione. Si tratta di un palloncino che viene inserito sotto il muscolo pettorale e gonfiato allo scopo di distendere i tessuti e facilitare il successivo posizionamento della protesi, ormai efficace anche per diversi decenni. L’alternativa è costituita dalla ricostruzione con lembi autologhi, prelevati dal muscolo gran dorsale o dalla cute posta sotto l’ombelico».


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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