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Pediatria

«Donare midollo osseo? Ha cambiato in meglio la mia vita»

pubblicato il 29-10-2018
aggiornato il 30-10-2018

L'esperienza di Marco Annoni, segretario del comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi. «Chi pensa di diventare donatore non abbia paura»

«Donare midollo osseo? Ha cambiato in meglio la mia vita»

«Buongiorno, chiamo dal San Raffaele, vorrei parlare con Marco, è lei?». «Sì». «Bene, la chiamo perché dai nostri esami lei è risultato compatibile come donatore per effettuare un trapianto di midollo osseo. Dobbiamo fare altri esami per sapere se lei è davvero compatibile, se la sente?». Non ricordo se le parole di quella telefonata fossero esattamente queste. Ma ricordo che era mattina, ero alla stazione di Saronno e stavo per prendere il treno per andare in università. E mi ricordo che risposi subito di sì. 


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COMPATIBILE PER LA DONAZIONE

Le possibilità di essere compatibili con qualcuno per il trapianto sono bassissime. Quelle di essere giudicati compatibili dopo appena quattro settimane dall’iscrizione al registro quasi nulle. E invece, fatti gli esami ulteriori, a me era appena successo. Compatibile per la donazione. Solo che il ricevente non era la persona per la quale mi ero iscritto, un pomeriggio di un mese prima, alla lista dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo (Admo). Ero diventato un donatore di midollo perché l’allenatore di basket di un mio amico aveva una leucemia in stato avanzato e aveva bisogno di un trapianto immediato. Nessun donatore era compatibile. Bisognava fare in fretta. Andammo a fare gli esami in quattro o cinque. Un prelievo con pochissima attesa. Poi facemmo un giro a Milano come al solito. Tutto lì. E invece, dopo cinque settimane, ero di nuovo al San Raffaele, con mio padre, davanti al medico che mi spiegava quali fossero i passaggi per arrivare alla donazione. Al tempo pensavo che la procedura prevedesse necessariamente una dolorosa estrazione con una grossa siringa, ma mi spiegarono che era invece possibile eseguire la donazione tramite una macchina che permetteva di filtrare il sangue, una procedura indolore e simile alla dialisi. Firmai i moduli.


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L'ATTESA

Tornando a casa in macchina mio padre, che essendo medico sapeva meglio di me a cosa avevo appena acconsentito, mi disse che era orgoglioso di me. Io ero solo tranquillo: sapevo di aver fatto la scelta giusta. E sapevo anche che, a quel punto, dire di no sarebbe stato inconcepibile. Delle settimane che separarono la seconda visita dalla donazione vera e proprio, ricordo alcune cose. I diversi controlli di routine e i prelievi. Le medicine da assumere e le punture da fare ogni sera per stimolare la produzione di cellule ematopoietiche. La «febbriciattola» e la sensazione di stanchezza per gli effetti dei farmaci, che puntualmente raggiungevano il loro picco quando dovevo tenere il mio laboratorio di filosofia teoretica all’Università di Milano, a metà pomeriggio. E di aver pensato spesso, alla sera, prima di dormire, all’altra persona. A quella che non conoscevo e che forse era in un letto di ospedale da qualche altra parte, e che sapeva e sperava che presto sarebbe tutto finito, in un senso o nell’altro. E mi chiedevo se anche l’altra persona stesse in quel momento pensando a me, al suo donatore, a chi fossi, a cosa facessi nella vita.

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IL GIORNO DELLA DONAZIONE

Poi arrivò il giorno della donazione. Niente di eroico. C’è una poltrona sulla quale ci si sdraia e gli infermieri e il dottore procedono a collegare la macchina: una linea entra in un braccio, passa nella macchina che esegue il filtraggio, e quindi una seconda linea re-immette il sangue dall’altro braccio. Ho visto tutto il mio sangue entrare e uscire così, fare quattro o cinque giri nella macchina, e poi rientrare nel mio corpo. Nel mentre, una sacca si riempiva piano piano. Il tutto è durato qualche ora, credo almeno quattro nel mio caso. Ricordo anche la sensazione costante di freddo, perché il sangue che rientra è leggermente più freddo di quello in uscita. E poi la pallina rossa di gomma, che si deve stringere per facilitare la circolazione. E i sorrisi benevoli degli infermieri. Finita la donazione, si torna a casa. Il giorno dopo si è quasi del tutto in forze. Dopo 48 ore, per chi dona, è tutto finito. Ma per chi riceve la donazione, invece, è allora che comincia la vera battaglia. Il trapianto e la speranza, forse l’ultima. Non ho mai saputo chi fosse l’altra persona né se ce l'abbia fatta. Va bene così. Forse è sopravvissuta, forse no. Potrebbe anche essere stato tutto inutile: preferisco non saperlo.

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UNA SCELTA CHE VALE LA PENA DI COMPIERE

Ma so che, tra le persone che in questi giorni sono in coda per iscriversi alla lista dei donatori di midollo osseo per il piccolo Alessandro, è probabile che alcune riceveranno un giorno una chiamata come la ho ricevuta io. Forse non sarà una chiamata per Alessandro. Forse sarà, come è capitato a me, una chiamata per qualcun altro di cui non sapranno mai il nome. A queste persone, e a tutte le altre che ancora non lo hanno fatto ma ci stanno pensando, voglio dire che stanno facendo la cosa giusta. Diventare un donatore di midollo è davvero qualcosa di significativo e importante, qualcosa che può fare la differenza per gli altri e per sé. Io non mi sono mai pentito della scelta che ho fatto. Forse perché la donazione ti permette poi di guardare indietro alla tua vita, sapendo sempre di aver fatto almeno una cosa davvero giusta e importante. Qualcosa di buono. O forse perché è facile immaginarsi dall’altra parte. In ogni caso, se un giorno quella chiamata dovesse arrivare davvero anche per voi, sappiate che non c’è niente da temere. Non abbiate paura. Fate un bel respiro, prima di rispondere «sì».



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