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Le responsabilità che abbiamo di fronte ai pazienti

Gli atteggiamenti dei medici nei loro confronti possono essere già una "cura". Un comportamento distaccato allarma sempre l’interlocutore

Le responsabilità che abbiamo di fronte ai pazienti

«Dottore perché mi guarda così?». Ricordo questa frase rivoltami da un paziente agli inizi della mia carriera. Non c’era una ragione particolare. Per la verità pensavo ad altro. Ero reduce, io assistente, da una discussione con il mio aiuto, personaggio intelligente e preparato che non credeva molto però nell’oncologia medica e nei trattamenti chemioterapici. A dispetto dei santi, con il consenso del mio primario, ero riuscito ad aprire un ambulatorio, allora denominato di chemioterapia antiblastica, la cosa a lui non andava e le discussioni erano all’ordine del giorno: soprattutto sul trattare  o meno alcuni pazienti. 

Quella mattina ero molto seccato e entrato in ambulatorio dovevo avere un viso abbastanza accigliato, al punto da indurre quella domanda. Non guardavo il paziente in malo modo, ma avevo uno sguardo assente e pensavo ad altro. Spiegai che non ero colpito dal suo aspetto, che peraltro era buono, ma che ero stanco e avevo pensieri di lavoro. Il malato riacquistò colore e intraprendemmo un chiacchierata rasserenante. Quell’episodio mi fece capire che quando visitavo un paziente  dovevo stare attento a come mi comportavo: bastava un nonnulla per allarmarlo.

Non riflettiamo abbastanza sul fatto che i malati “ci bevono” e che i nostri atteggiamenti possono essere essi stessi una cura. Esiste la mimica del viso, il movimento delle mani, la postura, il tono della voce, l’ammiccamento, la stretta di mano, la carezza, la pacca sulla spalla, il sorriso tutte cose che nel rapporto medico paziente sono determinanti e possono infondere ottimismo, voglia di vivere, pace interiore, senso di confidenza verso chi ti cura. Per contro atteggiamento distaccato, irritazione nel tono, sguardo distratto, viso accigliato e insoddisfatto alzano barriere e allarmano l’interlocutore che ha difficoltà a confidarsi a dire fino in fondo i disagi, a fare domande su come andranno le cose, se le cure devono andare così o, se è utile, quella medicina che prende il vicino e così via.

Molte volte non pensiamo che è per noi un privilegio essere riferimento per un malato, che siamo i titolari del suo stato di salute e che abbiamo grandi responsabilità nei suoi confronti, al punto da essere costretti a dosare sempre comportamenti e atteggiamenti.

Alberto Scanni
@AlbertoScanni 



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