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L'importanza di dare speranza ai malati

Il malato chiede calore e comprensione: ingredienti che impreziosiscono il lavoro del medico

L'importanza di dare speranza ai malati

Diceva Vincenzo Monti, nel 1803 durante una famosa lezione all’Università di Pavia, che la presenza del medico e le sue parole al capezzale del malato «ne ravvivano il coraggio, ne rasserenano lo spirito, e dissipano la melanconia». Nulla di più vero, soprattutto nei casi gravi. Il medico è portatore di speranza e la sua umanità è la prima (forse l’unica) chiave d’accesso all’umanità del malato. Qui il fattore personale diventa fattore professionale, non inferiore alla preparazione scientifica e alle competenze tecniche.

La speranza è quasi una necessità biologica dell’ individuo, è un «vibrare» irrazionale che vuole soprattutto il bene, che, anche se non arriva, lo continua a credere possibile. Il malato ne ha un grande bisogno e nessuno ha il diritto di togliergliela, ma ha il dovere di mantenerla viva. Il che non significa dare illusioni e sogni, non è un non dire la verità, ma fargli capire che non resterà mai solo nei momenti difficili. E, poiché la medicina non è una scienza esatta, ci sarà sempre un margine di ottimismo su cui puntare. Un  medico è completo se unisce tecnica e umanità e sa dare al malato anche questi messaggi.

I malati «bevono» chi li cura e traggono fiducia e speranza, oltre che dalle parole, anche dal loro atteggiamento. Esiste la mimica del viso, il movimento delle mani, la postura, il tono della voce, l’ammiccamento, la stretta di mano, il sorriso: tutte cose che per loro sono determinanti. Il malato non vuole atteggiamenti autoritari, distaccati, irritazione, indisponibilità al  colloquio, ma calore e comprensione per guardare a un futuro possibile, un futuro di speranza. La buona medicina è fatta anche da tutte queste cose.



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