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Troppe società scientifiche?

E' davvero utile la superspecializzazione in aree diverse della medicina?

Troppe società scientifiche?

Leggevo in questi giorni la nascita di un’ennesima piccola società  scientifica. Senza nulla togliere ai nobili fini che sottendono a  queste iniziative e ai loro propulsori, mi vengono spontanee alcune riflessioni.

Molti anni fa, quando mi sono laureato le società scientifiche erano limitate, la loro appartenenza era blasone per gli operatori e il prestigio indiscusso: si parlava di Società italiana di medicina interna, di chirurgia, di anatomia patologica, di ortopedia, di cardiologia e via e via. Oggi non so quantificare esattamente quante siano le società scientifiche, ma se dico molte decine sono certo di non sbagliare. Ogni tanto ne nasce una orientata su obiettivi parziali originati o dalla frammentazione di aree mediche più importanti (non faccio esempi per discrezione e per non fare torti a nessuno), o legate alle sedi di lavoro degli operatori: società x ospedaliera, regionale, del Nord Italia, del Mediterraneo e così via...

Qualcuno potrà dire che tali iniziative sono legate al progresso scientifico, all’iperspecializzazione della medicina, altri alla necessità di essere più vicini ai bisogni della collettività, altri ancora che l’evoluzione epidemiologica ha fatto porre maggiore attenzione a patologie prima neglette. Tutto giusto.

Qualche dubbio però resta sulla reale necessità di queste operazioni spesso legate alla voglia personale o di piccoli gruppi di emergere o di affrancarsi da “padri" ingombranti, di crearsi degli spazi propri, di ricercare in autonomia  alleanze con altre branche più importanti, di crearsi uno status simbol utile alla carriera.

Ma questi miei, forse sono giudizi temerari e le operazioni di cui sopra porteranno grandi progressi al sapere medico…



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