Chi ha ucciso Gheddafi?

La domanda mi sembra futile, ma è al centro di un’indagine conoscitiva della Nato, di cui la cosa più assurda è che è stata avviata ma non se ne sa nulla. Intanto un’inchiesta della Lybian Free Press, con l’analisi di molte foto,  sostiene che l’uomo ucciso a Sirte non era Gheddafi, ma un suo sosia (ce ne sarebbero 12) che gli aveva fatto anche da controfigura a Roma.

Chi ha ucciso Gheddafi?

La domanda mi sembra futile, ma è al centro di un’indagine conoscitiva della Nato, di cui la cosa più assurda è che è stata avviata ma non se ne sa nulla. Intanto un’inchiesta della Lybian Free Press, con l’analisi di molte foto,  sostiene che l’uomo ucciso a Sirte non era Gheddafi, ma un suo sosia (ce ne sarebbero 12) che gli aveva fatto anche da controfigura a Roma.

Ma dobbiamo davvero chiederci chi ha ucciso Gheddafi? O non dobbiamo piuttosto chiederci perché si è fatta scattare la macchina della guerra proprio quando la Libia dei giovani stava cercando, sull’onda della “primavera araba”, la libertà e il riscatto? I droni senza pilota hanno solcato il cielo, i cannoni hanno tuonato, la guerra è dilagata con il solito tributo di morti civili e di distruzione. Non meravigliamoci, poi, se tutto si è concluso con le immagini di bassa macelleria di Gheddafi insanguinato e morto. La guerra è questo, e io non me la sento di unirmi al coro ipocrita che ha deplorato la violenza e l’inciviltà che hanno accompagnato la fine del dittatore libico.

E’ chiaro che non le condivido, ma la mia condanna sta a monte: nessuna guerra è giusta, nessuna guerra è morale. Nell’epoca dell’economia globalizzata, ci sono altri sistemi per far cadere una dittatura che è durata 42 anni tra torture e repressioni. Non  credo che possiamo aspettarci che l’intervento delle potenze occidentali non sia vista in Libia e nel mondo arabo come una guerra neocoloniale, un’ennesima guerra per il petrolio, e mi chiedo con preoccupazione quali alterazioni provocherà nel progetto di democrazia che si andava profilando in Libia. Una democrazia nuova, diversa e giovane. Non più meramente rappresentativa (anche se libere elezioni restano il nodo di passaggio) ma con un nuovo carattere di partecipazione, dovuto alle infinite possibilità di contatti e di presenza offerti da Internet.

Io penso che i governi e le potenze mondiali debbano fare i conti con questa realtà, politicamente inedita, in cui le notizie corrono in tempo reale e non c’è censura che tenga. La “primavera araba” è nata così, e io spero che continui. Sbaglierebbe chi volesse liquidare il fenomeno come una semplice valvola di sfogo. E’ invece il mondo e il modo di una nuova generazione che si affaccia alla Storia, e che pretende a ragione soluzioni nuove. La guerra non è una soluzione, la guerra non deve essere più. Nessun uomo è buono, come pensava Rousseau, ma può diventare tale grazie alle buone istituzioni. Non è la guerra che può “esportare” la democrazia, perché le buone istituzioni crescono nella pace, nell’istruzione, nel rispetto reciproco, nello sviluppo della scienza utile all’uomo. E’ per questo che noi di “Science for Peace” ci battiamo, ed è in questo che crediamo. 

Umberto Veronesi



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