La via della ragione dopo il sangue versato a Parigi

Occorre riflettere sui rapporti costruiti negli ultimi anni tra i Paesi islamici e l'Occidente. E se gli ultimi avvenimenti fossero la conseguenza di un atteggiamento spregiudicato da parte nostra?

La via della ragione dopo il sangue versato a Parigi

Chiamatemi pure «buonista», e accusatemi di voler regalare l’Europa all’Islam. Dite pure che Oriana Fallaci aveva capito tutto, e che io - pericoloso utopista - non ho capito niente. Io penso che il mestiere dell’uomo è pensare, e che sul sangue versato a Parigi c’è soprattutto bisogno di pensare. Dov’erano nati i due fratelli Kouachi, dov’era nato Coulibaly? In Francia. Avevano avuto tutte le opportunità di una nascita in un grande paese civile? No, erano più o meno figli della banlieu, così  come le reclute della camorra e della n’drangheta sono figli di micidiali «bolle sociali», in cui si nasce e si muore senza poterne uscire. Mi meraviglio che ci si meravigli che gli assassini di Parigi, nati in Francia, si fossero arruolati nel terrorismo da esportazione. Facevano parte della cultura dello «scarto» contro la quale ci ha ammoniti Papa Francesco.

Ma dobbiamo fare un salto di scala, e nonostante sia un argomento quasi blasfemo nei giorni del lutto e del pianto, dobbiamo chiederci, come fa lo scrittore Paolo Giordano, se la nuova e nefasta realtà dell’Isis non sia il risultato di «quindici anni di guerre in Medio Oriente alle quali l’Occidente ha partecipato con arbitrarietà sinistra». Il mondo è cambiato. La storia più recente ha dimostrato che le guerre convenzionali non funzionano più, e che interventi militari nelle zone «calde» del mondo creano più problemi di quanti ne risolvano. Il nuovo tipo di guerra è il terrorismo diffuso, contro il quale le armi non servono. 

L’unica prevenzione è sviluppare ed estendere la pace, e per questo credo fermamente nelle iniziative di Science for Peace, il movimento pacifista che ho creato e che chiama ogni anno a convegno premi Nobel e scienziati, consapevoli che gli uomini della scienza possano e debbano contribuire nel processo della pace. Mi permetto di non credere al conflitto di civiltà e alla guerra di religione, e di considerare sbruffonate a effetto le affermazioni sulla progettata conquista di Roma da parte dell’Islam fondamentalista. A meno di non voler portare indietro il calendario alle crociate contro i Mori, l’unica risposta dell’Occidente deve essere la pace. 

Ho letto con attenzione e con disagio la registrazione delle parole pronunciate da Amedy Coulibaly mentre era asserragliato nel supermercato, e aveva già assassinato quattro ostaggi. Tutto ci respinge, nel suo rozzo ragionamento, nondimeno ci sono frasi su cui riflettere: «Ogni volta, loro, cercano di farvi credere che i musulmani sono terroristi. Io, io, sono nato in Francia. Se non fossero stati attaccati altrove, io non sarei arrivato a questo punto». E ancora: «Io dico che se tutte le persone si unissero insieme, come hanno fatto per Charlie Hebdo…Allora, fate la stessa cosa, unitevi. Fate delle manifestazioni, e dite: “Lasciate i musulmani tranquilli”, e noi lasceremo tranquilli voi. Perché non lo fate?». 

Ci sono ingenuità e pregiudizio, ma è proprio qui che la ragione deve venirci in aiuto. Per dichiarare un regime di pace e di dialogo, e non di guerra. Dobbiamo assolutamente capire i motivi  dell’odio islamico nei confronti dell’Occidente, e non cadere nella pericolosa semplificazione che essi - gli alieni, i barbari -  ci vogliono conquistare e spegnere tutte le voci contrarie. Per loro, lo sdegno contro le vignette satiriche è il modo più semplice di mobilitare la umma, l’insieme dei musulmani. Ma l’odio ha radici più profonde e va ricercato in tutto l’agire dell’Occidente dalla fine del colonialismo in poi. Fino all’attuale globalizzazione, che in nome del profitto e di un malinteso progresso rende i poveri sempre più poveri. 

Umberto Veronesi 



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