Ma non chiamiamolo eroe

Ricordo che tanti anni fa rimasi colpito dalla morte di un tranviere, che era riuscito a fermare il tram prima di accasciarsi a terra. Tutti eravamo scesi dal tram, in attesa dell’ambulanza ormai inutile, e ricordo un particolare che assurdamente mi si è inciso nella memoria: le scarpe del poveretto, posate da qualcuno su un sedile vuoto. Non ho mai dimenticato quella morte sul lavoro, che rispetto alle altre morti aveva qualcosa di più particolare ed accorato. E ho ripensato a quel caso quando sono venuto a sapere della morte  di un cardiologo dell’ospedale di Rho, il dottor Vincenzo Capacchione, 49 anni.  In turno di “reperibilità”, è stato chiamato alle sei del mattino in ospedale, per eseguire un’angioplastica su un paziente gravissimo. Il cardiologo ha un po’ di dolore al petto, ma non ci bada troppo, ed entra in sala operatoria. Un caso complicato, l’intervento dura quattro ore quando normalmente ne basta una. Finalmente finisce, il paziente è salvo. Il cardiologo si sfila i guanti e scende in pronto soccorso. Non riesce a reggersi sulle gambe, scivola a terra sulle ginocchia e sviene. Muore pochi minuti dopo, nonostante tutti i tentativi di rianimazione. La retorica potrebbe farne un eroe, ma sarebbe un errore. Questo collega era semplicemente uno delle centinaia di migliaia di medici che ogni giorno, per 24 ore al giorno, lavorano per curare e salvare la gente. Sono i medici senza volto e senza storia che fanno navigare la grande nave bianca del sistema sanitario. Poi si tolgono i guanti, vanno a prendere un caffè, scambiano qualche parola con gli amici, tornano a casa dai figli e dalla moglie. Questa volta non è andata così.

Ma non chiamiamolo eroe

Ricordo che tanti anni fa rimasi colpito dalla morte di un tranviere, che era riuscito a fermare il tram prima di accasciarsi a terra. Tutti eravamo scesi dal tram, in attesa dell’ambulanza ormai inutile, e ricordo un particolare che assurdamente mi si è inciso nella memoria: le scarpe del poveretto, posate da qualcuno su un sedile vuoto. Non ho mai dimenticato quella morte sul lavoro, che rispetto alle altre morti aveva qualcosa di più particolare ed accorato. E ho ripensato a quel caso quando sono venuto a sapere della morte  di un cardiologo dell’ospedale di Rho, il dottor Vincenzo Capacchione, 49 anni.  In turno di “reperibilità”, è stato chiamato alle sei del mattino in ospedale, per eseguire un’angioplastica su un paziente gravissimo. Il cardiologo ha un po’ di dolore al petto, ma non ci bada troppo, ed entra in sala operatoria. Un caso complicato, l’intervento dura quattro ore quando normalmente ne basta una. Finalmente finisce, il paziente è salvo. Il cardiologo si sfila i guanti e scende in pronto soccorso. Non riesce a reggersi sulle gambe, scivola a terra sulle ginocchia e sviene. Muore pochi minuti dopo, nonostante tutti i tentativi di rianimazione. La retorica potrebbe farne un eroe, ma sarebbe un errore. Questo collega era semplicemente uno delle centinaia di migliaia di medici che ogni giorno, per 24 ore al giorno, lavorano per curare e salvare la gente. Sono i medici senza volto e senza storia che fanno navigare la grande nave bianca del sistema sanitario. Poi si tolgono i guanti, vanno a prendere un caffè, scambiano qualche parola con gli amici, tornano a casa dai figli e dalla moglie. Questa volta non è andata così.

Nella mia mente un filo invisibile collega il cardiologo con il tranviere di tanti anni fa: tutti e due morti sul lavoro dopo aver fatto con coscienza quanto potevano. Uomini tra gli uomini.

Umberto Veronesi



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