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Non c’è libertà nel farsi del male

Eric Lawson, testimonial per molti anni di una marca di sigarette, è morto a 72 anni. Negli ultimi tempi aveva prestato la sua faccia alle campagne antifumo

Non c’è libertà nel farsi del male

In generale, non mi piace il piccolo ricatto che c’è nella frase «Io te l’avevo detto», ma non si può fare a meno di pensarla davanti alla notizia della morte di Eric Lawson, testimonial per molti anni di una marca di sigarette che evito di citare. Lo evito perché la psicologia di noi umani è paradossale: assorbe la suggestione anche dalla tragedia.

Lawson, che aveva 72 anni (era quindi relativamente giovane, per i criteri attuali) era diventato una celebrità negli anni in cui sui pacchetti di sigarette non comparivano scritte di avvertimento, e il fumo di tabacco non era ancora stato correlato con la grossa probabilità che di sigarette si possa morire. Era l’epoca in cui la sigaretta in bocca accresceva il fascino di attori tenebrosi come Humphrey Bogart (poi morto di cancro ai polmoni), e non era ancora emerso un inquietante studio della Università della California, che da documenti riservati delle grandi compagnie del tabacco aveva ricavato una notizia clamorosa: i più famosi attori del cinema prendevano una mazzetta per fumare nei loro film, e quindi fare pubblicità.

Eric Lawson non era un attore, veniva da una piccola carriera stramba di campionati in arti marziali, e  non aveva mai avuto né soldi né notorietà fino a quando, impersonando un cowboy, divenne il testimonial della famosa marca di sigarette. A cavallo con il cappellone e il lazo agganciato alla sella, mentre si accendeva una sigaretta senza mollare le redini, Eric Lawson piacque agli uomini e alle donne per l’abile mix di idee che suggeriva, idee che poi sono tra i miti «fondanti» del sogno americano: la libertà delle grandi praterie, la resistenza a una vita dura, la decisione e l’onestà scritte in faccia.

Non aveva fatto fatica a fumare per impersonare il ruolo pubblicitario. Purtroppo, come tanti adolescenti di ieri e di oggi, aveva iniziato a fumare a quattordici anni, nella falsa convinzione che la sigaretta sia per i ragazzi della nostra epoca ciò che era la «toga praetexta» per i giovinetti romani: il passaggio alla virilità.

L’immagine del cowboy con la sigaretta in bocca piacque molto, fece addirittura triplicare la vendita di quella marca di sigarette. Per Eric Lawson furono anni fruttuosi e gloriosi, lo riconoscevano dappertutto.

Poi, di fronte alla centinaia di migliaia di casi di tumore ai polmoni e di gravi malattie come l’enfisema polmonare, si cominciò a vietare la pubblicità del fumo. Addirittura furono «ritoccati» alcuni film, facendo sparire la sigaretta e lasciando dita che stringono il vuoto. Ben fatto, ma tardivo. Com’è stato tardivo il pentimento di Lawson, che con la salute ormai distrutta, negli ultimi anni ha prestato la sua faccia alle campagne antifumo.

Io sono contro tutti i proibizionismi,  perché amo la libertà. Ma non c’è alcuna libertà nel farsi del male. Ci si consegna a un destino di sofferenza e di morte precoce, e il mondo si rimpiccolisce: non ci sono più le praterie sconfinate, ma lo spazio triste della camera da letto di un malato.

Umberto Veronesi

 



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