Ospedali, non carceri: l'orario sia libero

Perché i malati ricoverati hanno solo un’ora per vedere i parenti? Assomiglia molto all’ora d’aria delle carceri. Ma siamo in un ospedale o in una prigione? L’apertura alle visite dovrebbe essere totale. Parenti e amici dovrebbero poter entrare ad ogni ora. I burocrati che presiedono all’organizzazione degli ospedali fanno presente i danni all’organizzazione, gli intralci, che provocherebbe tanta gente in giro per i reparti.

Ospedali, non carceri: l'orario sia libero

Perché i malati ricoverati hanno solo un’ora per vedere i parenti? Assomiglia molto all’ora d’aria delle carceri. Ma siamo in un ospedale o in una prigione? L’apertura alle visite dovrebbe essere totale. Parenti e amici dovrebbero poter entrare ad ogni ora. I burocrati che presiedono all’organizzazione degli ospedali fanno presente i danni all’organizzazione, gli intralci, che provocherebbe tanta gente in giro per i reparti.

Io sono dell’opinione opposta, che è sostenuta da un’esperienza concreta: allo Ieo, l’ospedale dove io lavoro, gli orari sono liberi. E non è affatto crollata l’organizzazione. Tutt’altro. Ma in primo luogo voglio ricordare che gli ospedali devono ruotare in tutto – personale, struttura, organizzazione, architettura – attorno al principio base della “centralità dei malati”: invece in quasi tutti i casi sono i malati a “ruotare” attorno alle esigenze dei medici e del personale.

Come si spiega l’assurdità di pranzo e cena serviti alle 11 e alle 6 del pomeriggio, orari che nessuno segue nella vita normale? Allora perché imporre questa anormalità a persone che stanno già subendo tanti cambiamenti rispetto allo stare a casa propria. Così dicasi della sveglia all’alba, una vera crudeltà, con l’irrompere di carrelli e infermieri. Non è più logico, più salutare direi, lasciare riposare i ricoverati fino alle 8, tanto più che si tratta di gente malata?

Per tornare agli orari liberi, voglio sottolineare che ne viene un vantaggio, anziché un danno, per l’organizzazione: parenti e amici possono supplire a tante azioni altrimenti richieste agli infermieri: l’aiuto a mangiare, l’appoggio per raggiungere il bagno, l’alzare o l’abbassare il letto. Per non parlare del conforto che un sostegno amorevole comunica al malato. Lo ripeto: l’ospedale non è un carcere, né deve assomigliargli. E l’ora di visita per l’ingresso dei parenti è una vergogna.

Umberto Veronesi



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