Perchè l'8 marzo ricordo il sorriso di mia madre

Conosco simpatiche giovani donne che non gradiscono le mimose, il fiore dell’8 marzo, e non gradiscono nemmeno la giornata delle donna. Le comprendo, perché l’ufficialità rende uggiose tutte le manifestazioni, ed è sicuramente ipocrita parlare bene delle donne un giorno all’anno, mentre per il resto del tempo si ammicca al loro corpo giovane, per fare pubblicità a tutta una serie di prodotti o perché uno spettacolo abbia più successo.

Perchè l'8 marzo ricordo il sorriso di mia madre

Conosco simpatiche giovani donne che non gradiscono le mimose, il fiore dell’8 marzo, e non gradiscono nemmeno la giornata delle donna. Le comprendo, perché l’ufficialità rende uggiose tutte le manifestazioni, ed è sicuramente ipocrita parlare bene delle donne un giorno all’anno, mentre per il resto del tempo si ammicca al loro corpo giovane, per fare pubblicità a tutta una serie di prodotti o perché uno spettacolo abbia più successo.

Ma la donna come oggetto di desiderio sessuale è, tutto sommato, la parte alta di una piramide che luccica sotto un sole ambiguo, mentre tutto il resto rimane in ombra, e non suscita né attenzione né condivisione. L’invenzione delle «quote rosa» parla il linguaggio furbo della politica, ma non sposta di una virgola la situazione culturale e sociale. In realtà, questo è un Paese che non ha ancora imparato ad investire sulle donne, sul loro talento, sulle loro capacità. Mi raccontava una volta una ragazza: «Mio padre ha molte ambizioni per mio fratello, l’ha sempre tenuto sotto pressione perché a scuola ottenesse risultati brillanti. Con me invece è sempre stato molto indulgente, quasi distratto. Gli è sempre bastato che strappassi la sufficienza. Allora,  io credo che questo voglia dire che non crede nel mio futuro, non crede nella mia capacità di farmi strada. Gli basta che io sia sana, abbastanza carina, ragionevole nei miei affetti e nelle mie amicizie.»

Diciamo la verità: quanti padri si potrebbero rispecchiare in atteggiamenti del genere? Così, ogni mattina ci passa accanto un fiume  di ragazze e di donne che corrono verso il lavoro, ma per un arcano della sensibilità collettiva questo impegno resta come tra parentesi. La riprova è a portata di mano, nei luoghi comuni: il lavoro della ragazza è qualcosa che «aiuta la baracca e almeno serve a pagare le sue spese», il lavoro della donna sposata è  il «secondo stipendio», e nonostante la crisi economica non si ha l’onestà di riconoscerne il carattere indispensabile.

Eppure, una dura realtà ci viene incontro dalle inchieste sulle cosiddette nuove povertà: accanto agli anziani che non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese, ci sono le famiglie giovani  «a bassa intensità lavorativa» (lavori incerti, contratti part time) in cui basta che lui o lei perdano il lavoro per determinare una situazione che si avvicina pericolosamente al livello di pura e semplice sopravvivenza.

Poi, ci sono notizie su cui sarebbe bene riflettere. Per esempio, in Lombardia ogni anno cinquemila neomamme abbandonano il posto di lavoro. Gli asili nido sono pochi e di difficile accesso, gli assegni familiari coprono  una quota infima delle esigenze, e diventa impossibile accudire il bambino ed essere puntuali in fabbrica o in ufficio. Così, la giovane donna resta a casa, e un capitale di competenze e di abilità viene disperso probabilmente per sempre, come dimostra la difficoltà di reinserirsi nel lavoro dopo aver fatto per qualche anno la mamma a tempo pieno.

Come medico che è sempre stato «dalla parte delle donne», ricordo la fatica quasi eroica delle infermiere costrette a misurarsi con turni sempre variabili, consegnando i bambini ora alla nonna ora alla zia, ricordo la vita non facile di donne-medico straordinarie per capacità di ricerca e per sensibilità verso i pazienti, e infine ricordo le tante pazienti che mi scongiuravano di mandarle a casa ancora non guarite («Devo andare a casa: hanno bisogno di me») e mi chiedevano con ansia quanto tempo ci sarebbe voluto per essere di nuovo attive e utili.

Ero tentato di arrabbiarmi, e magari le sgridavo con dolcezza, ma non l’ho mai considerato masochismo. E’ invece partecipazione profonda, tenerezza senza fine, attenzione verso gli altri, affetto che si trasforma nella fiaba raccontata, nella compagnia all’anziano, nella presenza industriosa.  Forse si possono scrollare le spalle  davanti a questa festa dell’8 marzo troppo risaputa e imposta,  ma mi pare bello che si parli delle donne. Facciamo che sorridano, e che il loro sorriso ci ricordi quello indimenticabile della nostra madre. 

Umberto Veronesi



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