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Quella volta in cui mi sono vestito da Zorro

Una giovane mamma con diagnosi di tumore al seno e il suo piccolo con la mascherina

Quella volta in cui mi sono vestito da Zorro

E’ successo tanti anni fa, ma ancora sorrido al ricordo. Mi telefonò una paziente, una giovane donna di 34 anni che dovevo operare per un tumore al seno sinistro. Era molto imbarazzata: «Professore, non so come dirglielo. Mio figlio di nove anni vuole assolutamente accompagnarmi alla visita di oggi pomeriggio. Ho provato a dissuaderlo in tutti i modi, ma non ce l’ho fatta.»  Era inaudito, ma cominciai a sorridere: «Beh, venga col bambino. Resterà in sala d’aspetto. Starà bravo, vero?»  «Sssì…»

Ore 16, signora col bambino. Solo che il bambino era vestito da Zorro, completo di mascherina nera, feltro e spada. Acconsentì a farsi lasciare in sala d’aspetto, ma non si sedette. Montò la guardia davanti alla sala visite.

Dentro, la sua mamma mi spiegò che il figlio aveva capito il novanta per cento della faccenda,  forse ascoltando di nascosto una conversazione dei genitori. Prima si era spaventato, poi aveva deciso di vestirsi da Zorro e vigilare in armi. La signora un po’ rideva e un po’ piangeva, e mi pregò di sopportare e di compatire. Promisi, sentendomi mezzo matto.

Quando la visita fu finita e la signora uscì, sentii bussare alla porta. Era lui, Zorro. «Posso entrare?»  Entrò, mi salutò con un movimento della spada e si tolse la mascherina. Gli vidi due lacrimoni sulle guance. «Sei un medico, tu? E’ vero che la mamma può morire?» Me lo feci sedere sulle ginocchia, e gli spiegai che poteva succedere, ma non sarebbe successo. Che ci avremmo pensato noi, lui e io, a non farlo succedere. Intanto la mamma doveva stare tranquilla. E lui doveva fidarsi di me. Perché - «ma è un segreto» -  gli sussurrai – pure io sono Zorro, anche se mi vedi in camice bianco.» Non piangeva più, mi dette la sua manina da stringere. Mi  salutò con la spada, uscì. In sala d’aspetto la signora singhiozzava, chiedendo scusa a me e a tutti.

Passò il tempo che doveva passare. L’intervento, la chemio, i controlli. La mamma di Zorro fu bravissima, fu anche lei una delle straordinarie pazienti che hanno premiato la mia vita, e che ricordo con affetto.  Andò tutto bene. Il giorno prima dell’ultima visita di controllo, mi telefonò : «Il bambino è felice. Vuole venire a salutare e a dire grazie.»  «Venga pure»

Preavvisato, questa volta non mi feci sorprendere. E quando la mamma e il figlio aprirono la porta della sala visite, avevo anch’io la mascherina nera. «Evviva!» gridò il bambino. 

Umberto Veronesi



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