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In ricordo di un "eroe normale"

Cosa c’è di più lontano tra un commissario di polizia e un ricercatore scientifico? Eppure, se il flusso della vita ha una circolarità che ne mette in connessione le parti e ne attesta la necessarietà, a un “eroe normale” come Giorgio Boris Giuliano, ucciso 32 anni fa dal mafioso Leoluca Bagarella, sarebbe piaciuta l’idea che in sua memoria la famiglia donasse alla Fondazione Veronesi una borsa di studio per un giovane ricercatore. Giorgio Boris Giuliano combatteva la mafia perché credeva nel futuro, e voleva il miglioramento della società, così come la ricerca scientifica ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita. “Per ricordare un uomo buono e generoso, che amava la gente” così hanno spiegato i famigliari il loro gesto generoso, e che rende viva la memoria di quest’uomo molto di più di una lapide o di un monumento, perché lo fa presente nella vita che continua.

In ricordo di un "eroe normale"

Cosa c’è di più lontano tra un commissario di polizia e un ricercatore scientifico? Eppure, se il flusso della vita ha una circolarità che ne mette in connessione le parti e ne attesta la necessarietà, a un “eroe normale” come Giorgio Boris Giuliano, ucciso 32 anni fa dal mafioso Leoluca Bagarella, sarebbe piaciuta l’idea che in sua memoria la famiglia donasse alla Fondazione Veronesi una borsa di studio per un giovane ricercatore. Giorgio Boris Giuliano combatteva la mafia perché credeva nel futuro, e voleva il miglioramento della società, così come la ricerca scientifica ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita. “Per ricordare un uomo buono e generoso, che amava la gente” così hanno spiegato i famigliari il loro gesto generoso, e che rende viva la memoria di quest’uomo molto di più di una lapide o di un monumento, perché lo fa presente nella vita che continua.

Lo chiamavano lo “sceriffo” per i suoi baffoni da poliziotto americano, e certamente sulla sua giacca doveva esserci un’invisibile stella lucente, che dava fiducia e conforto alla gente onesta e che spaventava la mafia. Capo della Squadra Mobile di Palermo negli anni Settanta, applicava alle indagini un metodo “scientifico” che consentiva risultati nuovi e più stringenti rispetto al decennio precedente, quando molti processi fallivano per mancanza di prove, e la mafia la faceva da padrona. Giorgio Boris Giuliano dava fastidio, e molto. Così come davano fastidio il giornalista Mauro De Mauro e il generale Carlo Alberto Della Chiesa. Nel 1970 Mauro De Mauro scomparve misteriosamente e non se ne seppe più nulla. Poco prima il giornalista aveva contattato il regista Francesco Rosi promettendogli materiale “scottante” sul caso Mattei. Le indagini furono svolte con ampia collaborazione fra la polizia, guidata da Giorgio Boris Giuliano, e i carabinieri, guidati da Carlo Alberto Della Chiesa, anch’egli in seguito ucciso dalla mafia mentre iniziava ad intuire le connessioni tra mafia e alta finanza. Tre uomini coraggiosi, che è dovere civico ricordare, e di cui restano in mente la semplicità e l’assenza assoluta di retorica.

Di Giorgio Boris Giuliano è stato detto che aveva quel “coraggio della paura”, che è anche una caratteristica del procedere scientifico, e che fa scartare le azioni avventate, lasciando però la determinazione a percorrere la strada sino in fondo. Perciò Boris Giuliano, coi suoi occhi buoni che guardano pensosi, rimane un “eroe normale” per la vedova e i suoi figli.  

Umberto Veronesi



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