Signora Napolitano, posso abbracciarla?

Lei ha scritto una lettera a Repubblica criticando l’uso della parola “femminicidio”, e definendolo “un’insana concezione del genere femminile come presupposto dell’atto di violenza, diverso dall’omicidio”.

Signora Napolitano, posso abbracciarla?

Lei ha scritto una lettera a Repubblica criticando l’uso della parola “femminicidio”, e definendolo “un’insana concezione del genere femminile come presupposto dell’atto di violenza, diverso dall’omicidio”.

Con queste parole, signora Napolitano, lei rimette le cose a posto, e chiama delitto il delitto, senza differenze di genere. Mi sembra un grande merito in un momento in cui sui giornali si fanno sfilare i ritratti delle 59 donne ammazzate dal marito o dal compagno in questo 2012, e s’insinua l’idea che questa turpe mattanza sia dovuta al fatto che erano donne. Che erano più deboli lo sappiamo tutti, ma il concetto di  “femminicidio” implica qualcosa di più, e tende a togliere alla donna il suo carattere di persona e di cittadina, per consegnarla alla  natura animalesca di femmina delle specie umana.

In un Paese che non è più cattolico se non di facciata ci vola addosso dai secoli passati l’isterica diffidenza degli uomini deboli verso la donna, amata e odiata per il piacere e quasi mai apprezzata come fonte di vita e principio di riconciliazione con l’ineluttabilità della morte. E’ quasi ovvio annotare che le parole comunemente usate per descrivere l’atto sessuale parlano del “possesso” della donna da parte dell’uomo, e in questa oggettivazione della donna ridotta a cosa c’è il seme di tutto il male che potrà venire dopo.

Da molti anni nel codice penale non c’è più il delitto d’onore, e io avevo creduto che la donna fosse un bene non più disponibile. Mi ero sbagliato. Lei, signora Napolitano, è avvocato. Sa bene che la parola “femminicidio” non ha soltanto la valenza della cronaca, ma nascostamente contiene la stessa attenuante del delitto d’onore che mandava la donna al cimitero e lui a testa alta. Ha fatto bene a ricordarcelo, con la stessa semplicità con cui ha sorriso al fotografo che nel giugno 2010 l’ha trovata mentre, senza scorta, faceva un giretto su un autobus di Roma. Lei ci ricorda che il comandamento “non uccidere” è un assoluto, e che è un assoluto anche la normalità.

Umberto Veronesi



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