L'impegno degli amici di Francesco per la ricerca sui tumori cerebrali

Francesco Spatola è morto lo scorso 31 marzo a causa di un astrocitoma anaplastico. In occasione del suo compleanno, gli amici lanciano una raccolta fondi per sostenere la ricerca in ambito oncologico

Il 30 aprile è il compleanno di Francesco. «Lo festeggeremo con un brindisi, seppur virtuale», coniugano i verbi all’indicativo gli amici di Francesco Spatola, a un passo dai 39 anni. Non soltanto per una questione di ore, ma perché un tumore cerebrale - un astrocitoma anaplastico - lo ha portato via troppo presto alla vita e a una cerchia di amici che si fa fatica a contenere. Su tutti, la fidanzata Federica: l’angelo custode da cui tutti dovremmo essere scortati verso il capolinea della vita. Poi i colleghi ingegneri e gli amici storici di Pisa (la città degli studi universitari), Firenze (dove ha vissuto per anni) e Rosignano Marittimo (dov’era nato ed era tornato a vivere da qualche anno). Infine quelli con cui condivideva le passioni di una vita: il judo, la fotografia e la musica. Tutti insieme, a un mese dalla sua scomparsa, hanno deciso di ricordarlo con una raccolta fondi in favore di Fondazione Umberto Veronesi, da destinare alla ricerca scientifica in ambito oncologico. «Faremo il possibile per evitare che un altro uomo o donna soltanto possa perdere la vita così giovane». L'appuntamento per ricordarlo è un momento in cui celebrare l’ultima firma lasciata da Francesco. «Negli anni si era molto avvicinato al volontariato: sarebbe stato felice di questa scelta», afferma Lorenzo Cosimi, compagno di università e tra i promotori dell’iniziativa lanciata sulla piattaforma Insieme di Fondazione Umberto Veronesi.

L’ASTROCITOMA SCOPERTO NEL 2019

La vita di Francesco fila liscia fino alla fine del 2018. Il primo dell’anno successivo porta però con sé la «spia» di qualcosa di anomalo. «Francesco cadde per strada mentre passeggiava con Viola, la sua cagnolina», riavvolge il filo Judith Bonamini, sua ex collega. Nei mesi precedenti, c’erano stati alcuni avvertimenti: un paio di attacchi di panico, degli sbalzi d’umore. Qualcuno gli aveva parlato anche di una possibile depressione. Il quadro, però, risulta più grave del previsto. Pochi giorni dopo, Francesco entra in sala operatoria. Non c’è tempo da perdere. «Il recupero fu piuttosto veloce: sia sul piano fisico sia su quello psicologico - afferma Lorenzo -. Francesco aveva accettato la sfida che gli si era posta di fronte con grande forza d’animo». Un percorso complesso, fatto anche di radioterapia e chemioterapia per tutta l’estate. Poi, la doccia fredda. A novembre Francesco si accorge di non riuscire più a camminare diritto. Parte un nuovo iter di accertamenti, che portano a scoprire una recidiva. Siamo a un anno e mezzo fa. Sul Pianeta incombe Covid-19, senza che nessuno lo sappia. La ricaduta della malattia, seguita subito dopo dalla pandemia, rappresenta l’inizio della fine. «Da quel momento in avanti, Francesco ha fatto soltanto terapie di mantenimento - raccontano gli amici -. L’emergenza sanitaria, purtroppo, lo ha portato a trascorrere anche lunghi periodi in isolamento. Dopo il lockdown, ci siamo rivisti per un pranzo. Ma da ottobre in avanti, ha trascorso lunghi periodi in casa: in compagnia dei suoi genitori e della compagna Federica».

FEDERICA, UN «ANGELO CUSTODE» PER FRANCESCO

È stata questa donna è irradiare l’ultimo tratto del cammino di Francesco. Inizio e fine della loro storia hanno la stessa data: il 31 marzo. Nel 2019, il primo incontro. Nel 2021, l’epilogo. «Per me è stato un onore e un privilegio poter stargli accanto in questi due anni - dichiara la donna, che da Siena ha macinato centinaia di chilometri in ogni giorno libero pur di essere al suo fianco -. Francesco non si è mai arreso. Ha vissuto questo periodo con forza, pazienza e dignità senza mai lamentarsi. Purtroppo la sua malattia, quando inizia a prendere il sopravvento, trasforma giorno dopo giorno chi ne è vittima. E ne rende più difficile l’accettazione, per sé e per gli altri. Ma io gli ho voluto un bene incondizionato e l’ho accettato sempre, fino alla fine». Finché ha avuto modo di ricambiare, Francesco non ha mai perso di vista di avere accanto quella che, con ogni probabilità, sarebbe stata la donna della sua vita. «Sono molto grato per ogni secondo che passi con me - le aveva scritto su WhatsApp, poche settimane fa -. Fortunatamente mi ricordo che ci sei stata sempre, in ogni momento della mia vita in salita». 


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IL RICORDO DEGLI AMICI PIÙ CARI

«Siamo qui a ricordare un uomo che aveva una forza centripeta senza eguali», per dirla con Benedetta De Marchi, una delle persone a lui più vicine. Nella sua vita, è indelebile il segno lasciato da Francesco. «Devo a lui la storia con il mio compagno Matteo: ha sempre avuto la capacità di avvicinare mondi e persone tra loro lontani. E noi ne siamo la testimonianza». Insieme, il 3 febbraio dell’anno scorso, erano andati a uno degli ultimi concerti svoltisi in Italia prima dello scoppio della pandemia. A Firenze, per ascoltare i Calibro 35, Francesco si era fatto accompagnare da Federica. «Non stava benissimo, ma aveva voluto esserci a tutti i costi. In fondo, ha insegnato un po’ di musica a tutti noi». Un occasione - la penultima - per stare tutti assieme. Come ogni anno accadeva in occasione del 30 aprile. Il giorno del compleanno di Francesco è anche la vigilia della festa dei Lavoratori. Una concomitanza che, per gli amici, ha un titolo: la notte bianca di Firenze. «L’abbiamo sempre trascorsa mangiando assieme, ascoltando musica, andando in giro per la città». Cosa che non si potrà fare quest’anno. «Ma ci rifaremo con un pranzo tutti assieme, non appena sarà possibile», anticipa Matteo Landi. 


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L’IMPEGNO PER LA RICERCA IN ONCOLOGIA

L'ultimo segno lasciato da Francesco è rappresentato dalla decisione dei suoi amici di avviare una raccolta fondi per sostenere la ricerca in ambito oncologico. «La sua morte ha provocato in me grande rabbia - afferma Lorenzo -. Accettare una morte del genere alla sua età è difficilissimo. Purtroppo, però, sappiamo che alcune forme di cancro presentano ancora tassi di sopravvivenza piuttosto bassi. Nel nostro piccolo, vogliamo accendere i riflettori su questi malati. Per fortuna, non sono tanti. Ma ci sono e le loro famiglie vivono mesi e anni difficilissimi assistendo dei malati con poche chance di superare la malattia». Da qui l’idea di rivolgersi a Fondazione Umberto Veronesi, «di cui parecchi di noi già conoscevano l’impegno, in questo ambito», aggiunge Judith. Per fornire il proprio contributo, c’è tempo ancora per pochi giorni.


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