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Alimentazione

Tumore al polmone e prevenzione: cosa può insegnarci la dieta

Il tumore al polmone, una delle principali cause di morte per cancro a livello mondiale, rappresenta ancora oggi una sfida per la ricerca oncologica: se il fumo di sigaretta resta il principale fattore di rischio, seguito dalla predisposizione genetica, ancora poco esplorato è il ruolo delle abitudini alimentari. Questa l’area di ricerca del dottor Mirko Treccani dell’Università di Parma, che vuole integrare dati genetici, metabolici e nutrizionali raccolti su popolazioni sane, a rischio cardiometabolico e oncologiche, con l'obiettivo di studiare i meccanismi biologici alla base dell'effetto protettivo di alcuni composti bioattivi presenti in agrumi e frutta a guscio, come i polifenoli e i carotenoidi. Questo permetterà di comprendere perché questi alimenti sembrino proteggere alcune persone più di altre.

Da dove nasce il tuo progetto e quali prospettive apre per la ricerca?

Il progetto che stiamo sviluppando si chiama PHENOL4LUNG e nasce dalla volontà di valorizzare e integrare i dati raccolti negli ultimi anni dal nostro gruppo di ricerca in importanti progetti nazionali e internazionali. Questi dati e modelli raccolti si focalizzavano sul rapporto tra alimentazione, genetica, microbiota intestinale e metabolismo, prima in una popolazione italiana e poi in soggetti a rischio cardiometabolico. Parallelamente, la partecipazione a progetti internazionali dedicati alla nutrizione di precisione nel tumore del polmone ci ha infine offerto l'opportunità di applicare queste competenze anche in ambito oncologico.

L'idea di fondo è che il rischio di sviluppare una malattia non dipenda mai da un singolo fattore, ma dall'interazione complessa tra ciò che è scritto nel nostro DNA, ciò che mangiamo e il modo in cui il nostro organismo metabolizza i nutrienti.

L'obiettivo dello studio è comprendere se e come il consumo di alimenti ricchi di composti bioattivi, in particolare agrumi e frutta a guscio, possa contribuire alla prevenzione del tumore del polmone. Esistono già evidenze sui possibili effetti benefici di alcuni composti presenti in questi alimenti, come polifenoli e carotenoidi, ma restano molte domande aperte: perché alcune persone sembrano beneficiare maggiormente di determinati modelli alimentari rispetto ad altre? E come influisce, in questo, il patrimonio genetico individuale?

Concretamente, come si svilupperà il progetto?

Durante il primo anno di attività ci concentreremo sull'analisi dei dati provenienti da soggetti sani e da individui con fattori di rischio cardiometabolico, per identificare specifiche "firme" genetiche, nutrizionali e metaboliche associate a uno stato di salute favorevole. Queste informazioni costituiranno un riferimento fondamentale per le successive analisi nei pazienti con tumore del polmone, consentendoci di individuare eventuali meccanismi biologici, biomarcatori e fattori modificabili che potrebbero contribuire alla prevenzione della malattia.

E nel lungo termine, quali prospettive apre il progetto?

Nel lungo termine, PHENOL4LUNG mira a generare nuove conoscenze sul rapporto tra alimentazione, scienze "omiche" e tumore del polmone, contribuendo allo sviluppo di strategie di nutrizione di precisione. I risultati potrebbero infatti permettere di identificare gruppi di individui più suscettibili o più responsivi a specifici interventi alimentari, favorendo in futuro approcci personalizzati alla prevenzione. Inoltre, il progetto potrà fornire nuovi biomarcatori e modelli predittivi utili per migliorare la valutazione del rischio e supportare lo sviluppo di strategie di salute pubblica orientate alla prevenzione oncologica.

Hai mai fatto ricerca all'estero?

Nella primavera 2023 ho lavorato presso l’Erasmus Medical Center a Rotterdam nei Paesi Bassi e nell’autunno dello stesso anno presso il Cambridge Institute for Therapeutic Immunology and Infectious Diseases dell’University of Cambridge nel Regno Unito.

Entrambe le esperienze sono nate quasi per caso, spinte da interessi di ricerca comuni tra collaboratori italiani e internazionali. Non saprei identificare un’unica motivazione che mi abbia spinto ad andare: la voglia e la curiosità di fare un’esperienza diversa dal solito, di conoscere ambienti e persone nuove, e anche di mettermi alla prova in un contesto diverso da quello a cui ero abituato.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza, nel bene e nel male? Ti è mancata l'Italia?

Mi ha lasciato tanto, sia dal punto di vista professionale sia da quello personale. Professionalmente, mi hanno permesso di apprendere molto, di espandere la mia rete di contatti e soprattutto di creare nuove opportunità di ricerca; personalmente, mi ha messo alla prova, in senso positivo, dandomi maggiore fiducia in me stesso e nelle mie capacità.

Per quanto riguarda l’Italia, parte di me ha sentito nostalgia di casa, delle amicizie e degli ambienti del cuore; ho però preferito godermi appieno queste esperienze internazionali, immergendomi completamente nella cultura locale, conoscendo nuove persone e facendomi sentire meno solo e meno lontano da casa. Alla fine, viviamo in un mondo estremamente interconnesso, dove anche mete lontane sono più vicine di quanto possiamo immaginare.

Ho anche avuto la possibilità di cenare in uno dei potenziali set di Harry Potter! alla fine, tra cappe degli studenti e formalità della cena, a Cambridge ho vissuto per qualche ora in una “piccola Hogwarts”, ma senza incantesimi e bacchette.

C'è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua strada sarebbe stata la scienza?

Credo che sia stato un percorso che si è costruito passo dopo passo. Dopo la triennale in bioinformatica avevo pensato di allontanarmi da quel campo; ma iniziando la magistrale in biotecnologie ho riscoperto la bellezza delle analisi computazionali, ritrovando la mia dimensione.  Forse è stato proprio quello il momento, quando a inizio magistrale ho iniziato a frequentare il corso di Computational Genomics e ho incontrato il mio mentore, il professor Giovanni Malerba, che mi ha iniziato al mondo della genomica e della sua componente computazionale, facendomi capire davvero qual era la mia strada.

Un momento professionale da incorniciare, e uno da dimenticare.

Da incorniciare, il 4 gennaio 2024: la data di uscita del mio primo articolo su Nature. Sebbene fosse "solo" un Nature Career, è stato emozionante vedere un'idea e un testo scritto insieme ai miei colleghi apparire su una rivista così importante.

Non ricordo momenti particolari da dimenticare: come in ogni percorso, ci sono stati alti e bassi anche nella mia vita da studente, dottorando e ora post-doc. Ma finché i pro superano i contro, sono contento di continuare a percorrere la strada della scienza, è un pensiero che associo al concetto di futuro, speranza e progresso.

Cosa ti piace di più della ricerca?

Ho trovato nella scienza e nella ricerca la mia strada. Penso che alla pari ci siano l’essere parte dei soli o dei pochi a poter rispondere a una specifica domanda biologica ed essere quindi i primi a vedere le nuove scoperte; e poi la comunicazione della scienza, facendo lezioni, ai convegni, alle conferenze ma soprattutto nella sua divulgazione al grande pubblico.

E cosa invece eviteresti volentieri?

La burocrazia collegata al fare scienza. Penso che stia sempre più occupando una fetta importante del tempo, togliendone alla parte di ricerca.

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

In seconda superiore pensavo di fare il dentista. Dalla quarta superiore, conoscendo la bioinformatica, le biotecnologie e la biologia computazionale, ho pensato che fosse proprio quella la strada da seguire. Onestamente, non lo so! Forse, avrei fatto l’esploratore.

In cosa può migliorare il lavoro dello scienziato?

Penso che ci sia poca comunicazione e ancora meno poca conoscenza. Mancano le occasioni per discutere di scienza soprattutto con coloro che non sono “addetti ai lavori”, mentre la scienza nasce come dibattito e discussione di idee, prima che di esperimenti. Servirebbero più occasioni di citizen science, per condividere la vita da ricercatore e ascoltare domande, paure e pensieri di chi non è del settore: uno scambio che permetterebbe una vera circolarità della ricerca, ricevendo supporto dalla comunità e restituendo risultati e applicazioni di impatto per la comunità stessa.

Cosa fai nel tempo libero?

In passato, ho praticato per diversi anni sport da combattimento a partire dal jiu-jitsu e mi sono cimentato nelle arti performative, soprattutto nello studio del canto e del musical. Ultimamente, sto sperimentando diversi sport: oltre alla palestra per tenermi attivo, mi diverte giocare a padel e beach volley, unendo sport e socialità.

Se un giorno avessi un figlio o una figlia e ti dicessero che vogliono fare ricerca come reagiresti?

Sarei contento, consapevole di alcune sfide che si troverà ad affrontare ma anche delle opportunità che potrebbero manifestarsi. Sarei molto contento di poter condividere la mia esperienza ed eventualmente di poter essere in grado di capire e consigliare. E chissà, magari anche di condividere un giorno progetti e articoli.

Cosa ti commuove e di cosa hai paura?

Di recente, a teatro, con Notre Dame de Paris ho pianto. Anche da spettatore, riesco a immergermi nella storia dei personaggi in scena. Invece, ho paura della limitatezza del nostro tempo, una delle poche certezze della nostra vita.

Un ricordo a te caro di quando eri bambino.

Andare a vedere dinosauri e animali per parchi faunistici e musei.

Il libro o il film che più ti rappresenta?

The Double Helix di James D. Watson e Oppenheimer di Christopher Nolan sono tra i miei preferiti; forse perché ho letto il primo e visto il secondo direttamente a Cambridge, nei luoghi in cui questi scienziati hanno vissuto e hanno fatto ricerca. Mi sono vicino al cuore, perché mi hanno mostrato aspetti del fare scienza e dell’essere scienziato in cui mi sono rivisto.

Perché è importante donare a sostegno della ricerca scientifica?

Ri-cerca implica cercare più volte: essere sicuri di un sostegno continuo e continuativo può permettere scoperte più rapide, più sicure e soprattutto più applicabili nella vita di tutti i giorni.

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

Innanzitutto, grazie! Donare a sostegno della ricerca è un investimento sicuro, senza rischi, non solo per il proprio presente ma per il futuro di tutti.

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