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Epatite A: casi in aumento tra gli uomini adulti

pubblicato il 31-03-2017
aggiornato il 12-07-2017

La maggior parte dei casi di epatite A riguarda in particolare uomini tra i 25 e i 40 anni, a suggerire una modalità prevalente di diffusione per contatto sessuale

Epatite A: casi in aumento tra gli uomini adulti

Tra le forme di infiammazione del fegato più diffuse, è quella di cui si parla meno. L’epatite A, rispetto a quelle di tipo B e C, a livello generale è considerata meno pericolosa: in quanto diffusa soprattutto in realtà in cui l’igiene scarseggia e caratterizzata da un decorso acuto. Detto ciò, non per questo è il caso di abbassare la guardia. Un atteggiamento che, almeno in Italia, sta determinando una recrudescenza dell’infezione, soprattutto negli uomini adulti omosessuali.

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NUOVO AUMENTO DEI CASI TRA GLI OMOSESSUALI

È questo il dato che emerge dalla lettura del documento di valutazione del rischio messo a punto, come ogni anno, dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Ecdc) di Stoccolma. L’indagine, condotta a livello continentale, ha evidenziato la presenza di un’epidemia che sta riguardando 13 Paesi europei. Tra questi, l’Italia è uno dei più coinvolti: 69 dei 179 casi segnalati tra lo scorso mese di giugno e quello di febbraio del 2017 sono stati registrati lungo la Penisola. Se tra il 2013 e il 2014 l’attenzione era cresciuta a seguito della contaminazione dei frutti di bosco congelati, questa volta il nuovo picco è legato all’aumento della trasmissione per via sessuale. Il problema riguarda soprattutto gli omosessuali, dal momento che il «passaggio» del virus avviene attraverso rapporti anali e orali non protetti. Dei casi registrati in Italia, l’87 per cento riguarda pazienti uomini. E di questi, poco meno del 70 per cento ha dichiarato di essere omosessuale. Come spiega Giovanni Battista Gaeta, ordinario di malattie infettive all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, «in Italia si ha notizia di casi soprattutto a Milano, Roma, Padova e Napoli. A essere colpiti sono soprattutto gli uomini tra i 28 e i 40 anni. Si tratta comunque di una casistica che ha un impatto limitato sulla diffusione della malattia nella popolazione generale, che si mantiene bassa». Ovvero: 0,6 nuovi casi ogni centomila abitanti.

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VACCINAZIONE CONSIGLIATA AGLI OMOSESSUALI

Detto ciò, il nuovo Piano Nazionale Vaccinale raccomanda agli omosessuali di effettuare la vaccinazione contro l’epatite A. La sua efficacia è stata di recente comprovata da uno studio condotto a Taiwan. A essere coinvolti sono stati 1500 omosessuali con infezione da Hiv, colpite da un’epidemia di epatite A. «Chi non ha accettato di sottoporsi alla vaccinazione, ha manifestato l’epatite 16,5 volte più frequentemente rispetto a coloro che hanno ricevuto anche una sola dose di vaccino», dichiara Massimo Galli, ordinario di malattie infettive all’Università Statale di Milano e vicepresidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit). «Ciò ha consentito di determinare in questo caso un’efficacia del 93,6 per cento della vaccinazione, nonostante la sua somministrazione potesse essere considerata tardiva rispetto allo svilupparsi dell’epidemia».

Il vaccino contro l’epatite A va consigliato nell’immediato ai contatti dei casi affetti e più in generale a tutti i soggetti esposti al rischio a causa delle le proprie abitudini sessuali. «La vaccinazione viene attuata mediante due somministrazioni per via intramuscolare a sei mesi di distanza l’una dall’altra - aggiunge Massimo Puoti, direttore della struttura complessa di malattie infettive dell’ospedale Niguarda di Milano -. Trattandosi di un vaccino contenente il virus ucciso, non vi sono controindicazioni nel suo impiego in persone portatrici di malattie che causano immunodepressione. La vaccinazione è raccomandata in particolare nelle persone affette da epatopatia cronica, nelle persone con coagulopatie tali da richiedere terapia a lungo termine con derivati di natura ematica e nelle persone che fanno uso di droghe per via endovenosa».
 

 

 
LA TRASMISSIONE ALIMENTARE

Oltre a riportare l’attenzione sul virus - tra l'infezione e il manifestarsi dei sintomi trascorrono tra le due e le sei settimane: tra i più frequenti nausea, vomito, diarrea, ittero, urine scure, feci chiare, febbre e dolore addominale - l’attualità fa emergere anche il rilievo di una modalità di trasmissione (quella sessuale) che in molti in questo caso consideravano secondaria rispetto a quella dovuta al consumo di acqua o alimenti contaminati. D’altronde, come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità, «in genere il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi, crudi o non cotti a sufficienza, contaminati dal virus». Tra i cibi incriminati, ci sono soprattutto i frutti di mare e i vegetali lavati con acqua sporcata da residui fecali. Da qualche anno sotto osservazione sono finiti anche i frutti di bosco misti congelati. Il congelamento non uccide i virus, come invece accade con la cottura ad alte temperature. Non è un caso che questa sia la principale raccomandazione fornita dai medici, assieme all’accurato lavaggio con acqua e amuchina degli alimenti in grado di favorire la trasmissione del virus, di dubbia provenienza.
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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