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Quando e come chiedere un consulto

pubblicato il 26-05-2012

Rivolgersi a un altro medico per avere un secondo parere è un diritto di ogni paziente che va ascoltato. Dove cercare lo specialista e che cosa chiedere

Quando e come chiedere un consulto

Rivolgersi a un altro medico per avere un secondo parere è un diritto di ogni paziente che va ascoltato. Dove cercare lo specialista e che cosa chiedere

Spesso lo nascondono allo specialista che ha fatto una diagnosi grave o ha indicato un intervento chirurgico particolarmente impegnativo, ma non sono pochi i pazienti (o i loro familiari) che ricorrono a un «secondo parere». Mancanza di fiducia nel medico curante? Eccesso d’informazioni contrastanti assorbite da Internet? Ansia incontrollata, magari dovuta a un insoddisfacente dialogo col medico?

COME COMPORTARSI - Sono quesiti da cui nascono alcune domande che chiedono risposta.  E’utile richiedere il «secondo parere»? Come si deve comportare, per averne un reale vantaggio, il paziente che avverte questa esigenza? E il medico che si vede rivolgere la richiesta, come deve accoglierla? La richiesta del «secondo parere» fa parte dei diritti del cittadino che ha bisogno di cure, come ha affermato anni fa l’Istituto Mario Negri?

Il professor Luigi Rainero Fassati, uno dei pionieri del trapianto di fegato (portò il Centro del Policlinico di Milano a livelli record per numero di trapianti e per sopravvivenza dei trapiantati) è anche un prolifico autore di libri in cui riunisce casi clinici reali – resi non identificabili - presentati come racconti pieni di viva umanità. Dice: «Chiedere un secondo parere è un diritto del paziente, che va ascoltato. Nessun primario si deve credere Dio in Terra. Proprio in uno dei miei libri (“Gli incerti battiti del cuore”) c’è il caso di una bimba di 5 anni per la quale la mamma chiedeva disperatamente un consulto, e il medico lo negava, dicendo: “Lei pensi a fare la mamma, che io faccio il medico!” Poi dovette cedere. Arrivammo appena in tempo: la piccola stava morendo di appendicite.»

Fassati è favorevole al consulto con colleghi, anzi l’ha sempre ricercato: «Ricordo un giovane in cui erano falliti due trapianti di fegato. A un congresso che c’era a Milano presi contatto con due grandi specialisti, uno giapponese e l’altro americano. Guardarono le cartelle cliniche, vennero a visitare il paziente. Si decise un terzo trapianto, che gli salvò la vita. E’ anche utile chiedere un parere per problemi particolari. Per esempio, quando un mio trapiantato aveva una febbre inspiegabile, interpellavo sempre l’infettivologo Mauro Moroni. ». L’unico limite alla ricerca di un secondo parere Fassati lo individua  nell’eventuale arbitrarietà dell’indicazione data dal paziente: «Credo che sia compito del medico guidare la scelta. Se viene proposto un medico sconosciuto di cui gli hanno detto meraviglie, è bene  dissuaderlo.»

SCEGLIERE LO SPECIALISTA GIUSTO - Sul «guidare la scelta» insiste anche il professor Roberto D’Anchise, primario dell’unità operativa di chirurgia del ginocchio all’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano: «Se il paziente mi indica per un secondo parere uno specialista della schiena, ho il dovere di sconsigliarlo. Gli posso invece consigliare una “rosa” di competenti, in cui è libero di scegliere. Il medico non deve mai offendersi, è giusto che il paziente ascolti altri pareri, soprattutto quando esistono più opzioni chirurgiche. Quando si ha l’auto rotta, non s’interpella più di un meccanico?»

Il professor Alberto Scanni, primario oncologo emerito dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, parte da un punto-chiave, il feeling che deve esserci tra medico e paziente: «Bisogna capire i dubbi e i timori del malato, anche il suo timore di offendere il medico con il cercarne un altro. Ma farlo è un suo diritto, e gli va consigliato.  Così tutto diventa chiaro, trasparente. E non succede quello che accadde a una mia paziente, che andò di nascosto (come ricordo in un libro: “Il nostro comunicare”) in un espertissimo centro, ma ovviamente senza uno straccio di documentazione. Ne derivarono incresciosi equivoci. Un tempo il consulto si teneva al letto del malato, ora si può fare sulla documentazione. Ma i due medici dovrebbero almeno parlarsi telefonicamente.»

DOVE CHIEDERE -  Il professor Ermanno Leo, direttore del reparto di chirurgia colo-rettale dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, invita ad uscire dalle «umane gelosie». Dice: «Per dare un significato importante al secondo parere, bisogna fare qualcosa di diverso dal consulto: bisogna rivolgersi a un centro di grande livello e con una grande casistica, di cui avrà fatto tesoro, nel bene e nel male. Questi grandi centri non tolgono lavoro a nessuno perché sono già pieni zeppi di malati, e non vanno vissuti come concorrenti. Un secondo parere che esce da questi centri dà serenità al malato e anche al medico curante, perché non va ad invalidare quello che ha detto, ma va ad arricchire il bagaglio culturale di chi, pur essendo bravo, non ha una casistica così ampia. Non posso pensare senza dispiacere al caso di Steve Jobs, che prima di mettersi in mani esperte andò peregrinando da una terapia alternativa a un guru, finché non fu troppo tardi» 

Anche il professor Emilio Bajetta, che dopo  42 anni passati all’Istituto dei Tumori dirige adesso l’Istituto di Oncologia di Monza, sottolinea l’importanza dei centri esperti: «Soprattutto per malattie tumorali rare, diciamo 3-4 casi su 100mila, è indispensabile poter disporre di una competenza specifica.»

CHI DECIDE TRA DUE OPINIONI - Ma resta aperto un problema: tra un primo e un secondo parere, che cosa potrà decidere il malato, alle prese proprio con la «decisione difficile» di cui parla il primo aforisma di Ippocrate? Risponde il professor Andrea Finzi, dell’Istituto medico cardiologico del Policlinico di Milano: «E’ un problema che  è stato assai dibattuto negli Stati Uniti, dove la second opinion è entrata nella prassi comune ormai da molti anni, e ha anche ricadute sul piano medico-legale. Tra il primo e il secondo opinionista, la figura che manca è quella del decisore. Potrebbe e dovrebbe essere il medico di famiglia, ma rischia di rimanere teoria. Bisogna però dire che il discorso del secondo parere è abbastanza superato dall’esistenza delle linee-guida per le patologie più serie e per gli interventi chirurgici più impegnativi. Queste linee-guida sono il risultato del lavoro di gruppi  di esperti, e uniscono la scientificità al pragmatismo: sono elencate in dettaglio  le cose da fare o da non fare, e nella zona intermedia tra sì e no, sono a disposizione documentazioni a favore o non a favore, o piuttosto per il sì che per il no. Con l’aiuto del medico, e con le nozioni apprese bene o male su Internet, il paziente si può orientare»

E il consulto al letto del malato, su cui ci hanno fatto sorridere agro Collodi e Molière, è tramontato? «Niente affatto – risponde Finzi – noi in ospedale lo facciamo continuamente, chiamando i colleghi anche di altri reparti. Beninteso, purché  non si abbia a disposizione (causa tagli della Sanità) solo un giovane medico tirocinante, capace...di portare le cartelle cliniche.» 

Antonella Cremonese


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