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Cardiologia

Polveri sottili, freddo e influenza: così il cuore rischia di finire ko

pubblicato il 14-01-2020

Durante l'inverno, il picco di polveri sottili e l'epidemia di influenza rappresentano un'insidia per il muscolo cardiaco. I tre fattori di rischio presenti da diversi giorni in molte città del Nord Italia

Polveri sottili, freddo e influenza: così il cuore rischia di finire ko

Su un punto, osservando i trend degli ultimi inverni, gli specialisti sono d'accordo. In questo periodo, con il picco dell'influenza ormai alle porte e i livelli di inquinamento oltre la soglia da diverse settimane, i pronto soccorso vanno in tilt: al punto che per essere visitati può essere necessario attendere anche 6-7 ore. Più recente invece è la scoperta che, con l'aumento dei livelli di polveri sottili, crescono anche i rischi per il cuore (oltre che per l'apparato respiratorio). «Nel periodo di massima circolazione dei virus influenzali, il PM10 risulta più dannoso per l’apparato cardiovascolare», afferma Michele Ciccarelli, responsabile dell'unità di medicina generale e pneumologia dell’Humanitas di Rozzano e coordinatore di uno studio apparso sulle colonne dell'International Journal of Environmental Research and Public Health.

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POLVERI SOTTILI E BASSE TEMPERATURE UN RISCHIO PER IL CUORE

In questo periodo, il combinato disposto di freddo, influenza e smog rischia di essere fatale per le nostre coronarie. Gli autori del lavoro sono giunti a una simile conclusione dopo aver posto in relazione i 1.349 accessi al pronto soccorso dell'Humanitas (registrati tra l'1 gennaio 2014 e il 31 dicembre 2015) con i valori di PM10 registrati dall'Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (Arpa) della Lombardia. Per ognuno di questi pazienti, è stata calcolata l’esposizione a particolato atmosferico nel giorno del ricorso alle cure ospedaliere, oltre che nel primo e secondo precedente e successivo a tale data. Obbiettivo: valutare la rapidità dell’effetto nocivo del PM10. Si è così scoperto che il rischio di accesso al pronto soccorso per eventi cardiovascolari acuti è aumentato al crescere delle concentrazioni di particolato in autunno e in inverno. Nello specifico, per ogni incremento delle polveri sottili pari a 10 μg/mregistrato in concomitanza con l'epidemia influenzale, il rischio cardiovascolare è cresciuto del 134 per cento


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PM10: DI COSA SI TRATTA?

Considerato un indicatore affidabile della qualità dell'aria, il particolato atmosferico racchiude quelle particelle sospese nell'aria di diametro non superiore a 10 micron (un milionesimo di metro). Queste (note anche come PM10 o polveri sottili) vengono inalate e possono raggiungere la gola e la trachea, a differenza del PM2.5 (polveri ultrafini) in grado di spingersi anche nella parte più profonda dell'apparato respiratorio, fino ai bronchi. Il PM10 è la causa di molti disturbi respiratori (riacutizzazioni di asma, bronchiti, polmoniti). Ma secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), queste polveri sono anche cancerogene per l'uomo, con riferimento al rischio di insorgenza del tumore del polmone. Una probabilità che risulta accresciuta per la capacità che numerose sostanze chimiche - dagli idrocarburi policiclici ai metalli pesanti - hanno di aderire alle polveri per sfruttarle come «veicolo» con cui farsi strada nell'apparato respiratorio. Le cronache provenienti dalle città del Nord Italia descrivono una situazione già grave. E l'orizzonte è tutt'altro che rassicurante. «I cambiamenti climatici renderanno l’effetto del particolato atmosferico più pericoloso - è il pensiero di Paolo Contiero, responsabile della struttura di epidemiologia ambientale dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. L'area del Mediterraneo è tra le più vulnerabili al mondo per questo tipo di fenomeni».


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Tornando all'attualità, «in inverno il PM10, complice anche la presenza di altre cause di stress, diventa particolarmente insidioso per l'apparato cardiovascolare», dichiara Roberto Boffi, responsabile dell'unità di pneumologia dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, coautore dello studio. Un ulteriore fattore di rischio, in queste settimane, è rappresentato dal contagio a opera del virus influenzale. Gli esperti sono concordi nel considerare l'infezione in grado di aumentare i rischi per la tenuta dell'apparato cardiovascolare, soprattutto nei più anziani. Un legame - determinato anche da altre infezioni respiratorie - ribadito da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine lo scorso anno: le probabilità di avere un attacco di cuore possono aumentare fino a sei volte, quando si ha l'influenza. Il nesso potrebbe spiegarsi con l'aumento della risposta infiammatoria con cui un organismo sotto stress prova a rispondere ai molteplici «attacchi». In queste condizioni, i livelli di ossigenazione del sangue e la pressione sanguigna possono abbassarsi e portare alla formazione di coaguli nelle arterie che irrorano il cuore.

PIU' ATTENZIONE AI MALATI DI CANCRO 

L'incremento delle polveri sottili non è una peculiarità di questa stagione. L'aumento delle temperature che si registra in estate è infatti parimenti pericoloso. Non a caso il rischio cardiovascolare cresce (pure) in concomitanza con le giornate più afose della bella stagione, soprattutto nelle aree urbane. Lo studio ha fatto luce anche su questo aspetto, svelando come, indipendentemente dal momento dell'anno, l'esposizione a valori di PM10 «soprasoglia» rappresenti un'insidia in più per i pazienti oncologici, debilitati dalla malattia e con un cuore spesso già minato dalle cure oncologiche. Sulla base di questi risultati, secondo Giovanna Tagliabue, responsabile del registro tumori dell'Istituto Nazionale dei Tumori milanese, «sarebbe utile rivedere i limiti di legge delle concentrazioni di particolato atmosferico tenendo conto anche delle temperature». Attualmente la legge stabilisce due livelli da rispettare: uno su base giornaliera (50 μg/m3, che in un anno non può essere superato più di 35 volte), l'altro su base annuale (40 μg/m3 ). Dall'inizio dell'anno, sono già più di 60 i Comuni che hanno fatto registrare livelli superiori alla soglia quotidiana massima.

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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