C’è una malattia tanto atavica e tremenda da essersi guadagnata il nome di una delle emozioni più distruttive: la rabbia. Tanto disumana da essere imparentata con uno dei vizi capitali (l’ira), tanto immaginifica da aver fornito l’ispirazione per personaggi spaventosi come vampiri, licantropi e zombie, si tende a pensare alla rabbia come ad una malattia ormai del passato e che non ci riguarda più. Anzi, alla rabbia si tende a non pensare affatto.
LA RABBIA NEL MONDO
Eppure oggi, 28 settembre, si celebra la quindicesima Giornata Mondiale contro la Rabbia, inizialmente istituita dalla Global Alliance for Rabies Control (GARC) per sensibilizzare i cittadini di tutto il mondo verso la prevenzione di una malattia che continua a uccidere tra le 50 e le 60.000 persone ogni anno, in 150 Paesi. Attualmente la stragrande maggioranza delle morti per rabbia si verificano in Africa e Asia, anche in virtù delle difficoltà economiche e logistiche nella somministrazione di vaccini e profilassi post-esposizione. Ma come abbiamo ormai imparato durante questi anni di pandemia, in un mondo globalizzato nessuna malattia è davvero lontana, soprattutto se non la conosciamo bene. E conoscere la rabbia può davvero fare la differenza, perché l’unico modo di difendersene è riconoscere le situazioni di rischio e ricorrere ai presidi medici in tempo.
CHE COS’È LA RABBIA E COME SI TRASMETTE
Che cos’è dunque la rabbia? Si tratta di una zoonosi, e cioè di una malattia infettiva (provocata dal Rabdovirus) trasmessa dagli animali all’uomo, principalmente tramite morso, o tramite il contatto di saliva infetta con una nostra ferita aperta. Un virus dall’inquietante forma a proiettile, che penetrato nel corpo raggiunge i nervi periferici e da lì lentamente risale -1 o 2 centimetri al giorno- per arrivare al cervello.







