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Ginecologia

Terapia anticoagulante, la “pillola” fa meno "paura"

pubblicato il 27-01-2016
aggiornato il 14-11-2017

La contraccezione orale non aumenta il rischio trombotico secondo uno studio condotto su quasi duemila pazienti. Rassicurazioni anche per le donne in menopausa

Terapia anticoagulante, la “pillola” fa meno "paura"

Le donne che assumono un contraccettivo orale lo sanno: semmai dovessero intraprendere una terapia anticoagulante, dovranno trovare un altro rimedio per non rimanere incinte. Tra le prime raccomandazioni che i ginecologi forniscono al momento della prescrizione della pillola anticoncezionale, vi è quella di escludere la combinazione tra i due farmaci: troppo alto il rischio trombotico, s’è detto finora. Ma il messaggio potrebbe essere rivisto alla luce di una nuova evidenza che emerge da uno studio pubblicato su Blood, la rivista della Società Americana di Ematologia.

Le conseguenze psicologiche della trombosi giovanile

RISCHIO TROMBOTICO INFERIORE NELLE DONNE IN TERAPIA “DOPPIA” - Il timore di incorrere in una trombosi a seguito dell’assunzione prolungata della pillola (prescritta anche per il trattamento di condizioni come la sindrome dell’ovaio policistico, l’endometriosi e la dismenorrea, le mestruazioni dolorose) è comune a tutte le donne che ne fanno regolare uso. Ma nel caso di pazienti in terapia anticoagulante, il rischio non deriverebbe tanto dall’abbinamento dei due farmaci, bensì dall’utilizzo dei contraccettivi orali da parte di donne a più alto rischio trombotico. È questa la principale conclusione di una ricerca condotta su 1.888 donne sottoposte a terapia anticoagulante: a base di rivaroxaban o della combinazione tra eparina e antagonisti della vitamina K (derivati del dicumarolo). Del campione totale, 475 pazienti assumevano anche un contraccettivo orale: a base di soli estrogeni, progestinici (desogestrel) o combinato (la soluzione più frequente). Dopo un anno di osservazione, con controlli intermedi a tre e a sei mesi, i ricercatori hanno notato che il tasso di trombosi - quella arteriosa può provocare infarto, ictus o embolia - tra le donne che assumevano contraccettivi orali era pari al 3,7 per cento annuo (sette casi totali): contro il 4,7 misurato tra le pazienti che non assumevano la pillola anticoncezionale (38 casi totali). Più alti nel primo gruppo sono stati i tassi di sanguinamento uterino: riscontrati in 22,5 donne su cento, rispetto al 21,4 per cento emerso dal gruppo non sottoposto a terapia ormonale. Il rischio è risultato più elevato nelle pazienti in terapia col rivaroxaban.

LA TERAPIA ORMONALE SOSTITUTIVA E' INDICATA IN MENOPAUSA?

LA MISURA DEL RISCHIO - Come qualche anno fa già anticipato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, lo studio conferma che i benefici apportati dal contraccettivo sono superiori al pericolo di trombosi venosa, ossia dell’insorgenza di un coagulo del sangue responsabile appunto della trombosi. Questo esiste, ma è piuttosto basso: può interessare dalle cinque alle dodici donne ogni diecimila. A influenzarlo sono diversi fattori: l’età della donna, l’abitudine al fumo, la pressione alta, le condizioni di sovrappeso e la sedentarietà. A far variare il livello di rischio è ancheil tipo di principio attivo della compressa.

RASSICURAZIONI ANCHE IN MENOPAUSA - «Finora quasi tutti i medici hanno evitato di prescrivere la terapia anticoagulante e la pillola anticoncezionale in combinazione, ma non vi era alcuna prova a sostegno di questa decisione - afferma Ida Martinelli, responsabile dell’ambulatorio trombosi dell’ospedale Maggiore Policlinico di Milano e prima firma della pubblicazione -. Adesso sappiamo che le donne con precedenti episodi di tromboembolismo possono assumere i contraccettivi orali e la terapia ormonale sostitutiva, se già in menopausa». Serviranno altre conferme prima di sgomberare definitivamente il campo dai dubbi. «L’ultima parola spetta sempre al ginecologo - fa sapere la Società Italiana della Contraccezione -. Sta a lui rilevare i livelli pressori e rivolgere specifiche domande alla paziente per inquadrarne con chiarezza la storia personale e familiare. È importante che i ginecologi sensibilizzino le donne nella decodificazione dei sintomi del tromboembolismo venoso profondo, in modo da limitarne le conseguenze».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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