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Cancro, la diagnosi in un chip

pubblicato il 30-09-2019

Simona Ranallo vuole realizzare un dispositivo portatile e di facile utilizzo che permetta la diagnosi e il monitoraggio dei tumori anche ai non addetti ai lavori

Cancro, la diagnosi in un chip

Identificare il cancro nelle prime fasi di sviluppo è considerata la chiave del successo nei trattamenti oncologici. Ecco spiegato perché la diagnosi precoce rappresenta una delle sfide più importanti nella lotta ai tumori. Per far fronte a questa esigenza, la ricerca biomedica è impegnata nello sviluppo di nuove tecniche in grado di identificare i tumori a uno stadio iniziale attraverso una semplice analisi del sangue.

L’idea alla base di questa strategia è molto semplice: il cancro rilascia dei segnali molecolari, chiamati marcatori tumorali, che possono essere rilevati attraverso degli esami appropriati. Per alcune tipologie di tumore, la presenza di specifici marcatori è ormai uno standard diagnostico e può essere verificata tramite analisi di laboratorio, in grado di rilevare anche basse concentrazioni di proteine tumorali e di diagnosticare la malattia nelle sue fasi iniziali. Questi esami, tuttavia, richiedono un tempo piuttosto lungo e devono essere eseguiti da personale specializzato.

Sviluppare un dispositivo che possa eseguire analisi in tempi rapidi, al di fuori del laboratorio e da personale non specializzato, è l’obiettivo di Simona Ranallo, chimica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, sostenuta da una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Simona, di cosa ti occupi nel tuo progetto?

«Mi occupo di alcuni marcatori - chiamati CA125, CA19-9 e Psa - che sono correlati rispettivamente alla presenza del tumore dell'ovaio, del pancreas e della prostata. Il dosaggio di queste proteine può essere effettuato solo in laboratorio da personale specializzato. La mia idea è sfruttare le nanotecnologie per costruire un dispositivo portatile e di semplice utilizzo, che consenta l’autodiagnosi e l’automonitoraggio di questi tumori».

 

Come pensi di realizzare questo dispositivo?

«Lo scopo del progetto è costruire un biosensore con un’elevata affinità e specificità per i marcatori tumorali, che sia in grado di tradurre il legame con le molecole bersaglio (i marcatori tumorali, ndr) in un segnale misurabile. Per effettuare l’analisi sarebbe sufficiente posizionare una sola goccia di sangue su un chip usa e getta, simile a quello utilizzato per il monitoraggio del glucosio ematico».

 

Ci spieghi come sarà composto questo chip?

«Grazie alle tecniche di nano-medicina verrà realizzato un chip formato da una piattaforma di Dna sintetico, in grado di legare gli anticorpi marker, CA125, CA19-9 e Psa. Questo legame con gli anticorpi sarà poi tradotto e amplificato in un segnale elettronico, misurabile attraverso un dispositivo fisico».

 

Possiamo quindi dire che realizzerai un laboratorio in un chip?

«Esattamente. L’idea è costruire un dispositivo diagnostico piccolo, economico e facile da usare, un vero e proprio laboratorio in miniatura in grado di eseguire alcuni esami in tempi rapidi. Questo apparecchio consentirà di effettuare un’autodiagnosi precoce anche al di fuori delle strutture ospedaliere e permetterà una maggiore tempestività nell’inizio di un percorso terapeutico. Inoltre, si può pensare di utilizzare il dispositivo anche per il monitoraggio in tempo reale del decorso della malattia e degli effetti terapeutici».

 

Parliamo un po' di te. Il tuo percorso professionale ti ha mai portata all’estero?

«Grazie a un finanziamento europeo, ho avuto la fortuna di trascorrere tre periodi di ricerca all’estero: due negli Stati Uniti, alla University of California Santa Barbara (UCSB), e uno in Canada, all’Université de Montréal (UdeM) per un totale di circa 12 mesi. La prima esperienza è stata nel 2012 per la mia tesi magistrale ed è sicuramente quella che ricordo con maggiore emozione. Mi sono sentita per la prima volta una vera ricercatrice. Vivevo in un campus come quello dei telefilm americani e mi confrontavo con persone che non mi hanno fatto sentire una studentessa, ma una loro collega».

 

Cosa ti ha spinto a partire?

«Il desiderio di conoscere realtà e culture diverse dalla mia e mettermi alla prova in ambiti di ricerca nuovi. Sono una persona curiosa, alla continua ricerca di stimoli, e ognuna di queste esperienze non solo ha arricchito il mio curriculum scientifico ma ha contribuito a plasmare la mia personalità».

 

E se ti chiedessero di trasferirti all’estero?

«Risponderei di no, perché in Italia, anche se con fatica, è possibile fare ricerca senza dover rinunciare alla propria famiglia e ai propri affetti».

 

Quando hai capito che saresti diventata una scienziata?

«Fin da bambina sono sempre stata affascinata dalla medicina e dalla chimica. Per lungo tempo ho pensato che avrei fatto il medico, ma poi mi sono resa conto di essere troppo emotiva e ho deciso di scegliere una professione, la ricercatrice in campo clinico, che mi permettesse di stare accanto al medico». 
 

Sei soddisfatta della tua vita?

«Sì, mi sento molto molto fortunata a poter lavorare per qualcosa in cui credo e penso di avere il privilegio di fare un lavoro speciale».


Qual è la cosa che ti piace di più della ricerca?

«La possibilità di continuare a farsi domande e avere sempre nuovi stimoli che ti fanno sentire viva». 
 

A maggio ti sposi. Come reagiresti se un giorno tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare ricerca?

«Da una parte sarei felicissima e orgogliosa di avergli trasmesso la mia passione per la ricerca, ma sarei anche un po' preoccupata per l’incertezza del futuro che questa scelta comporterebbe. In ogni caso appoggerei ogni sua decisione, proprio come hanno fatto i miei genitori con me».

 

Descriviti con tre pregi e tre difetti.

«Sensibile, tenace, appassionata. Perfezionista, permalosa e impulsiva».

 

Qual è la cosa che temi di più?

«La solitudine. Il concetto di condivisione è alla base della mia vita, personale e professionale, e per questo la possibilità di restare sola mi spaventa tantissimo».

 

Una cosa che vorresti assolutamente vedere almeno una volta nella vita.

«Uno dei miei sogni è fare un lancio con una navicella spaziale, per poter osservare la terra e le stelle da una prospettiva che definirei quasi assoluta».




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