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Colture cellulari 3D per decifrare il tumore del seno

pubblicato il 16-01-2017
aggiornato il 26-01-2017

Federica Foglietta studia l’efficacia di nuove colture in vitro tridimensionali, un nuovo potenziale strumento per la personalizzazione della terapia antitumorale

Colture cellulari 3D per decifrare il tumore del seno

Le colture cellulari bidimensionali (2D) rappresentano un modello sperimentale in vitro molto semplice e ampiamente utilizzato nella sperimentazione farmacologica e in particolare in quella antitumorale. Tuttavia presentano limitazioni, come l’impossibilità di ricostruire interamente la complessità del microambiente tumorale presente nei modelli in vivo. Il modello di colture cellulari tridimensionali (3D) rappresenta un approccio complementare che consente di superare alcuni limiti presenti nei modelli 2D avvicinando maggiormente la sperimentazione in vitro a quella in vivo. Uno strumento promettente, che tuttavia è necessario studiare a fondo: in ambito oncologico è soprattutto importante comprendere se effettivamente, dal punto di vista dei trattamenti chemioterapici, le colture 3D si comportino in maniera più simile ai modelli in vivo rispetto alle tradizionali colture 2D. Questo è l’obiettivo di Federica Foglietta, biologa ventinovenne che grazie al progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi ha potuto condurre un’esperienza di ricerca all’estero, presso il Dipartimento di Biomedicina dell’Università di Basilea, in Svizzera. 

Federica, raccontaci più nel dettaglio il tuo lavoro.

«Lo scopo del progetto era di verificare su un modello in vitro 2D e su due diversi modelli 3D l’effetto antitumorale del chemioterapico Paclitaxel (da solo o veicolato da speciali nanoparticelle) per definire similitudini e differenze in efficacia e predittività rispetto al modello in vivo. Per la preparazione dei modelli in vitro 2D e 3D sono state utilizzate linee cellulari tumorali di adenocarcinoma mammario. Successivamente l’attività antitumorale del trattamento è stata verificata andando a valutare il tasso di vitalità e morte cellulare, e i livelli di espressione genica. Abbiamo ottenuto risultati promettenti: in particolare l’abbinamento con le nanoparticelle sembra aiutare a veicolare efficacemente il farmaco in questi modelli».

Quali prospettive apre, anche a lungo termine, questo tuo progetto per la conoscenza biomedica?

«I risultati rappresentano un ulteriore avanzamento nelle conoscenze e nella messa a punto di nuovi modelli sperimentali nella ricerca farmacologica, aprendo anche importanti prospettive del loro utilizzo nella personalizzazione della terapia».

Eri mai stata all’estero per fare ricerca prima d’ora?

«Prima di questa occasione non avevo ancora avuto la possibilità di fare un’esperienza all’estero, anche se durante il mio dottorato ho potuto frequentare un corso in Olanda, presso l’Università di Utrecht. In generale ero molto curiosa di confrontarmi con una realtà straniera e con ulteriori modi di lavorare in laboratorio».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«La ricerca è una passione che è cresciuta in me piano piano, rappresenta quella sete di conoscenza e di curiosità che stimola la mente umana. Sono sempre stata affascinata dalle materie scientifiche fin dal liceo ed ho capito che avrei voluto intraprendere la strada del dottorato e della ricerca al terzo anno di università, affascinata dai meccanismi intrinseci e a volte sconosciuti che regolano i processi biologici».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare.

«Ce ne sono diversi nel mio percorso, ma tra questi sicuramente il giorno della discussione della mia tesi di dottorato e la grande soddisfazione personale di quando ho saputo di aver vinto una borsa di studio della Fondazione Umberto Veronesi».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Il mettersi sempre in gioco di fronte a nuove sfide, la possibilità di confrontarsi con ambiti scientifici diversi e la multidisciplinarietà delle idee che nascono all’interno di un gruppo di lavoro».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà nei finanziamenti: cercarli spesso porta via molto tempo prezioso al lavoro».

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Ricerca e scienza sono due ambiti profondamente collegati tra di loro. La ricerca rappresenta quello strumento, quella mappa che serve da guida per trovare le risposte a grandi quesiti che ci pone la scienza».

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale?

«I miei genitori sono stati per me una grande fonte di stimolo e di sostegno. Credo che senza il loro supporto non sarei la persona di oggi».

Se un giorno un tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Sicuramente non gli direi che è una strada in discesa e facile da percorrere, ma in base all’esperienza che ho avuto fino ad oggi lo incoraggerei, lo spronerei a non arrendersi davanti alle prime difficoltà, ad avere fiducia in se stesso ed in quello che fa».

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Mi piacerebbe trascorrere un anno a fare il giro del mondo, per venire a contatto con idee, modi di pensare e culture diverse». 

Al di là dei contenuti scientifici, qual è per te il motivo profondo che ti spinge a fare ricerca e dà un significato alle tue giornate lavorative?

«La ricerca rappresenta quel contributo che nel mio piccolo posso dare al prossimo ed alla società. Mi piace ricordare a proposito un’affermazione di Margherita Hack: “Il divertimento della ricerca scientifica è anche trovare sempre altre frontiere da superare, costruire mezzi più potenti d'indagine, teorie più complesse, cercare sempre di progredire pur sapendo che probabilmente ci si avvicinerà sempre di più a comprendere la realtà, senza arrivare mai a capirla completamente”».


@AgneseCollino


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