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Il ruolo della biopsia liquida nella diagnosi del tumore del polmone

pubblicato il 15-06-2020

Emanuela Fina studierà il ruolo delle cellule tumorali circolanti in pazienti affetti da cancro al polmone e un loro possibile utilizzo per la diagnosi precoce di malattia

Il ruolo della biopsia liquida nella diagnosi del tumore del polmone

Il tumore del polmone è la prima causa di morte per cancro al mondo. Tra i principali responsabili dell'insorgenza di questa malattia, vi sono l’inquinamento atmosferico e l’esposizione al fumo di sigaretta (anche quello passivo). 


Alcuni strumenti per la diagnosi precoce di malattia, come la tecnica chiamata tomografia computerizzata a basso dosaggio (Tac spirale), sono associati a una consistente riduzione della mortalità. Questo strumento, che permette di individuare anche masse di pochi millimetri allo stadio precoce, può tuttavia rilevare la presenza di noduli sospetti anche in soggetti sani (falsi positivi). Pertanto, in alcuni casi, è necessario effettuare una biopsia invasiva per confermare la diagnosi.

Emanuela Fina (nella foto), ricercatrice dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano), grazie al supporto di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi si occupa di studiare un metodo alternativo non invasivo per la diagnosi precoce, chiamato biopsia liquida.

Emanuela, in cosa consiste il tuo progetto di ricerca.

«Il mio progetto si pone come obiettivo quello di sviluppare un test non invasivo per la diagnosi precoce del tumore del polmone attraverso la ricerca di cellule tumorali circolanti nel sangue. Queste cellule hanno la capacità di staccarsi dalla massa tumorale e di entrare nel torrente circolatorio. Nel progetto, inoltre, studieremo le caratteristiche molecolari di queste cellule circolanti per scoprire le loro vulnerabilità e comprendere i meccanismi che sono alla base della diffusione della malattia, della formazione delle metastasi e dell’acquisizione di resistenza ai farmaci, che determina la comparsa di recidive».

Perché è così importante lavorare su nuovi strumenti di diagnosi precoce per il tumore al polmone?

«La diagnosi del tumore prima che la malattia possa diffondersi nell’organismo e formare metastasi offre ai pazienti un notevole vantaggio in termini di probabilità di guarigione. Nelle fasi più precoci del suo sviluppo, un nodulo maligno può essere rimosso attraverso un’operazione chirurgica, riducendo notevolmente la possibilità che la malattia possa ripresentarsi».  

Qualora questa strategia diagnostica si rivelasse efficace, quali prospettive future si aprirebbero per questo tipo di neoplasia?

«Le cellule tumorali circolanti potranno essere un utile strumento per la diagnosi precoce del cancro del polmone, fornendo in tempo reale indicazioni per una terapia personalizzata. La biopsia liquida (questo il nome della tecnica di diagnosi precoce, ndr) potrebbe rilevare queste cellule attraverso un semplice prelievo di sangue. E dare informazioni sulla presenza del tumore e sul suo stato di avanzamento».

 

Raccontaci la tua giornata tipo in laboratorio.

«Le mie giornate lavorative non sono mai uguali tra loro, ma sempre scandite da attività diverse. Al mattino, inizio consultando le banche dati online che raccolgono i risultati e le nuove scoperte pubblicate nella letteratura scientifica inerente al mio ambito di studio. Questo mi permette di rimanere aggiornata sui temi di mio interesse per cercare di focalizzare l’attività di ricerca su aspetti che ancora devono essere investigati. In seguito, mi dedico al laboratorio, verificando l’andamento degli esperimenti o impostandone di nuovi. Non ho un vero e proprio orario di lavoro ma, solitamente, a fine giornata, mi occupo dell’analisi dei dati raccolti e della preparazione di elaborati scientifici, in forma di articolo o presentazione multimediale».

 

Insomma, non ci si ferma mai.

«La mente di un ricercatore è sempre in movimento. Spesso mi ritrovo la sera sulla strada del ritorno per casa a progettare un protocollo sperimentale. O mi sveglio la mattina con la soluzione a un problema o una nuova idea».

 

Quanto è importante nel tuo mestiere il lavoro di squadra?

«Moltissimo. Quotidianamente, non mancano i momenti di incontro e di aggiornamento con i colleghi. Capita di pranzare insieme, di sentirci al telefono o tramite videochiamata, anche con collaboratori che lavorano in altre parti del mondo. Inoltre, sono molto importanti gli incontri multidisciplinari e di coordinamento con lo staff medico con cui lavoro nell’ambito di studi a carattere traslazionale, ovvero quell’area della ricerca sperimentale mirata allo sviluppo di soluzioni che possano essere velocemente applicate in ambito clinico. Come, per l'appunto, la diagnosi precoce».

 

Emanuela, quando hai iniziato ad appassionarti di scienza?

«Da bambina ero molto curiosa e creativa. Ricordo che quando frequentavo le scuole medie la mia insegnante di materie scientifiche dedicava molte ore alla matematica, mentre di scienze in classe non si parlava quasi mai. Allora, un giorno, decisi di sfogliare il libro di scienze e iniziai a scoprire il mondo meraviglioso della biologia umana».

Quale aspetto della biologia ti ha affascinata di più?

«Sicuramente il fatto che, conoscendo il funzionamento delle cellule del corpo umano, è possibile trovare un modo per correggerne i difetti per curare le malattie».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Spesso, da piccola, i miei genitori mi parlavano dei miei nonni. Io ne ho conosciuta solo una perché gli altri sono venuti a mancare a causa di malattie oncologiche prima che nascessi. Ognuno di noi almeno una volta nella vita è stato toccato, anche se non in maniera diretta, da questo male perché, a causa del cancro, ha perso un parente, un amico o la persona con cui avrebbe voluto vivere tutta la vita. Ho deciso, pertanto, di mettere in gioco le mie qualità e la mia passione al servizio della scienza e della medicina, dando il mio contributo alla lotta contro il cancro».

Se ti dico ricerca scientifica, cosa ti viene in mente?

«Per me è sinonimo di creatività e rigore, un binomio da cui non si può prescindere per chi decide di intraprendere questa strada».

Cosa ti piace di più del tuo lavoro? 

«Sviluppare un’idea, formulare un’ipotesi, progettare uno studio, disegnare un esperimento e poi analizzarne i risultati. La possibilità di scoprire qualcosa che nessuno ancora conosce è uno degli aspetti più stimolanti e anche divertenti di questo lavoro».

In cosa, secondo te, possono migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Negli ultimi anni ho iniziato a interessarmi di comunicazione scientifica. Gli scienziati, a mio parere, sono generalmente abituati a condividere le proprie scoperte attraverso la produzione di articoli su riviste settoriali o comunicazioni in congressi a cui partecipano altri scienziati. Tuttavia, trovo che la comunità scientifica dovrebbe investire molto nella divulgazione a un pubblico non esperto. Una corretta informazione, infatti, può avere ripercussioni rapide e efficaci in termini di prevenzione e lotta alle malattie». 

Quali sono le figure che più ti hanno ispirata nella tua vita personale e professionale?

«Devo ammettere che ce n’è più di una. Il personaggio di Alice nella fiaba “Alice nel paese delle meraviglie”, per esempio, mi ha insegnato a non stancarmi mai di cercare ciò che desidero veramente e a seguire i miei sogni e curiosità. Rita Levi Montalcini e Stephen Hawking hanno rappresentato per me, invece, due menti brillanti che non hanno rinunciato alla loro passione per la scienza anche di fronte a grandi sofferenze. Poi Umberto Veronesi, medico di grande umanità, che ha sostenuto il concetto di centralità del paziente e che mi ricorda ogni giorno quale deve essere il vero senso del mio lavoro».

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca e dà un significato alle tue giornate lavorative?

«Credo che non esista un lavoro più bello di quello del ricercatore. Trovo che fare ricerca scientifica per migliorare la vita di persone che sono state sfortunate e che devono combattere contro una malattia sia un atto d’amore verso il prossimo. È proprio questo pensiero che, nei momenti di difficoltà, mi motiva ad andare avanti e superare gli ostacoli. Mi sento fortunata a fare questo lavoro e vorrei continuare a farlo sempre perché, da quando è iniziata la mia avventura da ricercatrice, ho vissuto esperienze che mi hanno fatto crescere non solo professionalmente, ma che hanno rappresentato per me un’opportunità di arricchimento personale dal valore inestimabile».

 


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