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La combinazione giusta per curare il tumore del polmone

pubblicato il 29-05-2017

Recentemente sono stati trovati diversi farmaci efficaci contro il carcinoma polmonare a piccole cellule: Francesco Paolo Fiorentino vuole provare a combinarli per abbassare il rischio di resistenza alle cure

La combinazione giusta per curare il tumore del polmone

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno nel mondo circa sei milioni di persone perdano la vita a causa del fumo di sigaretta: un killer silenzioso, motivo per il quale anche quest’anno il 31 maggio si celebra la Giornata mondiale senza tabacco. Uno dei primi obiettivi della Fondazione Umberto Veronesi è stato proprio quello di fornire un forte contributo alla lotta al fumo: grazie alla nascita nel 2008 del progetto No Smoking Be Happy, la Fondazione sensibilizza adulti e ragazzi riguardo ai danni provocati dal tabacco, fonte di gravi malattie tra cui il 90% dei tumori del polmone. Fra i diversi tipi di cancro ai polmoni, il carcinoma polmonare a cellule piccole è il più aggressivo, con un tasso di sopravvivenza inferiore al 5% a causa della sua rapidità nel metastatizzare e della frequente resistenza alla chemioterapia. Studi recenti hanno mostrato che il trattamento con farmaci sperimentali che vadano a contrastare l’attività di alcune proteine (come MYC, EZH2, PARP1 o AURKB) può ridurre la crescita delle cellule di SCLC. Questi farmaci, sotto studio clinico per la cura di altri tumori, hanno mostrato effetti collaterali minimi: tuttavia utilizzarli singolarmente in terapia potrebbe facilitare l’insorgenza di cellule resistenti a ciascun farmaco, oltre a richiedere dosi elevate di trattamento arrecando quindi maggiori effetti collaterali nell’organismo. Proprio per questo motivo Francesco Paolo Fiorentino, biologo palermitano che grazie alla Fondazione Umberto Veronesi lavora presso l’Università degli Studi di Sassari, mira ad individuare una combinazione efficace dei farmaci recentemente messi a punto, che grazie al loro effetto sinergico prevenga la resistenza alla singola molecola.


Francesco Paolo, parlaci del tuo progetto di ricerca.

«Il mio lavoro si propone di valutare gli effetti della combinazione dei farmaci inibitori delle proteine MYC, PARP, EZH2 e AURKB sulla vitalità e sulla crescita di 25 linee cellulari di SCLC, nel tentativo di individuare un abbinamento farmacologico in grado di indurre la morte delle cellule tumorali a basse dosi di trattamento. Questi risultati verranno associati alle informazioni tratte da analisi dell’espressione genica precedentemente condotte, che ci aiutino ad associare l’eventuale insorgenza di farmacoresistenza al funzionamento di uno o più geni».

 

Quali sono quindi le prospettive che questo progetto aprirà per la salute dei pazienti?

«Questo studio punta a individuare un’efficace terapia per il trattamento del SCLC, un obiettivo particolarmente urgente considerate le basse possibilità di guarigione dei pazienti. Questi risultati inoltre ci aiuteranno a comprendere meglio da cosa deriva la resistenza ai farmaci del SCLC, e quindi la sua aggressività».

 

Sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca? Ti è mancata l’Italia?

«Sono stato tre anni negli Stati Uniti, al College of Science and Technology della Temple University di Philadelphia, e quattro in Spagna, all’Institute of Predictive and Personalized Medicine of Cancer (IMPPC) di Barcellona. All’estero ho imparato a riconoscere i lati positivi degli italiani e dell’essere italiano. L’Italia mi è mancata, principalmente per la famiglia e gli amici. E anche per il cibo».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Fin da ragazzo ho avuto una fortissima curiosità verso il funzionamento del corpo umano e della natura. I miei eroi da ragazzino erano principalmente scienziati, quindi c’è stata anche una forte componente di spirito di emulazione».

 

C’è un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare?

«Il giorno in cui ho convinto il mio capo a inserire il nome di tre studenti in un articolo perché, avendoci loro lavorato, lo meritavano, è stato memorabile: ho avuto la sensazione di andare contro il sistema. Vorrei invece dimenticare il giorno in cui ho detto al mio capo, in soldoni, che il suo piano sperimentale faceva schifo e che stavamo perdendo tempo: ovviamente spiegandomi più educatamente di così».

 

Al di là dei contenuti scientifici, qual è il motivo profondo che ti spinge a fare ricerca e dà un significato alle tue giornate lavorative?

«La scienza è il naturale seguito della filosofia: la ricerca mi aiuta a comprendere chi sono, perché mi ammalo, perché penso, perché provo sensazioni. Inoltre c’è un forte senso estetico in un esperimento congeniato bene con tutti i controlli, in un’ipotesi posta nel modo giusto, in una frase elegante che appare dopo ore di vuoto a scrivere un articolo scientifico».

 

Pensi che la scienza e le ricerca abbiano dei lati oscuri?

«Per me il lato oscuro della scienza è legato alla precaria condizione lavorativa e alla necessità di essere produttivi. Un ricercatore deve sopravvivere, e per farlo deve pubblicare risultati su riviste scientifiche. La ricerca, se fatta bene, non porta sempre a un risultato chiaro: è nel gioco della comprensione della vita. Però gli articoli devono mostrare storie lineari, perfette, chiarissime, altrimenti vengono scartate dagli editori scientifici. Questo non aiuta a fare buona ricerca perché si trasforma in una corsa contro i colleghi, e alcuni non hanno etica: non importa come lavoro, se applico i giusti controlli, se tengo in considerazione i miei dubbi sulla validità del progetto, se ascolto le critiche altrui, quello che importa è la produttività. Tutto questo, unito all’insicurezza di arrivare al successo e a una posizione stabile, crea ricercatori il cui obiettivo è semplicemente andare avanti a qualunque costo. C’è da dire che la ricerca biomedica sta attualmente affrontando una seria revisione sulle falsificazioni dei dati e sui risultati analizzati male. La soluzione comunque non può essere creare posizioni stabili senza chiedere un tornaconto in termini di produttività, perché questo può far si che i ricercatori smettano di impegnarsi: la strada giusta è premiare la ricerca fatta bene, anche se il risultato è negativo e non rappresenta uno scoop».
 

Hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«Il nuoto, i giochi di ruolo e i videogames».
 

Hai famiglia?

«Sono sposato con una donna bellissima».
 

Se un giorno tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Sarei contento, vuol dire che la sua curiosità supera il suo buon senso!».

 

Una pazzia che hai fatto?

«Fondare un’azienda (la Kitos Biotech srls, ndr)».
 

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena una sera e di cosa parlereste?

«Tolkien. Mi piacerebbe chiedergli da cosa è partito e per creare l’ambientazione del “Signore degli Anelli” e come poi ha esteso l’idea iniziale».

 

@AgneseCollino

 


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