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Melanoma, vitiligine e immunoterapia: quale legame?

pubblicato il 14-09-2020

Lesioni simili alla vitiligine sono un effetto collaterale dei farmaci inibitori dei checkpoint. A studiarle è Maria Luigia Carbone, a caccia di informazioni sul melanoma

Melanoma, vitiligine e immunoterapia: quale legame?

Il melanoma è un tumore della pelle che origina dai melanociti, le cellule pigmentate responsabili della carnagione e del colore della pelle. I melanociti, in condizioni normali, hanno il compito di produrre melanina (un pigmento in grado di schermare e proteggere dall’azione della luce ultravioletta proveniente dai raggi solari)  e i nei (o nevi) non sono altro che agglomerati di melanociti che producono e accumulano melanina.

 

In alcuni casi, tuttavia, un nevo può presentare delle caratteristiche atipiche come asimmetria della forma, bordi irregolari, colore variabile, dimensioni in aumento (sia in larghezza sia in spessore). In questi casi, è necessario un controllo e una valutazione medica. Il tempismo è fondamentale. Se i melanomi diagnosticati con uno spessore inferiore a un millimetro sono correlati con un'ottima prognosi in oltre il 90 per cento dei casi, i numeri diminuiscono progressivamente con l'aumentare dello spessore. Le terapie farmacologiche per il melanoma in fase avanzata e metastatica, come gli inibitori dei checkpoint immunitari, hanno contribuito a migliorare la prognosi per i pazienti, ma non sono privi di effetti collaterali e necessitano di ulteriori miglioramenti. 
 

Su questi aspetti si concentra il lavoro di Maria Luigia Carbone, biotecnologa all’Istituto Dermopatico dell’Immacolata IDI-IRCCS di Roma, che sta conducendo il suo progetto di ricerca sul melanoma grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Il melanoma rimane ancora oggi un tumore difficile da colpire, specie in fase avanzata. Esistono terapie recenti?

«Per la terapia del melanoma metastatico oggi sono disponibili dei farmaci innovativi, denominati inibitori di checkpoint immunologici. Questi farmaci stimolano il sistema immunitario del paziente a eliminare le cellule tumorali, rimuovendo alcuni "blocchi" e favorendo l’azione contro la neoplasia. Purtroppo, però, gli inibitori di checkpoint non sono efficaci in tutti i pazienti e possono avere effetti tossici. Sarebbe estremamente importante identificare dei marcatori di risposta alla terapia, che possano indicare quando evitare di protrarla in assenza di un beneficio clinico».

 

In che modo vorreste ottenere queste informazioni?

«Il nostro studio parte da un’osservazione: durante l'immunoterapia alcuni pazienti sviluppano delle lesioni depigmentate simili a quelle associate alla vitiligine, una malattia autoimmune cutanea che porta alla distruzione dei melanociti e alla comparsa di caratteristiche zone bianche, senza melanina».

 

Si tratta di un effetto collaterale significativo?

«In questo caso pensiamo di sì, perché in alcuni studi precedenti è stata osservata un’associazione positiva tra comparsa di queste lesioni e la risposta alla terapia. In altre parole, nei pazienti dove compaiono zone depigmentate, la risposta ai farmaci sembra essere più efficace».

 

Come state sviluppando il progetto?

«Stiamo monitorando specifiche proteine infiammatorie e piccoli acidi nucleici, chiamati microRna, che normalmente si riscontrano nei pazienti affetti da vitiligine in fase di sviluppo. Cerchiamo queste molecole direttamente nel sangue dei pazienti, così da stabilire se possano diventare dei marcatori di risposta positiva per l’immunoterapia. Inoltre stiamo studiando i leucociti infiltrati nelle lesioni depigmentate e quelli presenti all’interno della sede originale del melanoma, così da capire analogie e meccanismi molecolari alla base della risposta all'immunoterapia».

 

Quali potrebbero essere i risvolti per i pazienti?

«La scoperta di marcatori precoci di risposta alla terapia con inibitori di checkpoint immunologici avrebbe importanti ricadute cliniche, permettendo di evitare di protrarre inutilmente una terapia che può causare eventi avversi in assenza di una chiara azione antitumorale».

 

Maria Luigia, se mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«Ho vissuto quattro anni a Nantes, in Francia: i primi tre per un dottorato di ricerca l’ultimo anno come post-doc. È stata un’esperienza molto importante di crescita sia personale che lavorativa. Sono stata accolta benissimo dai miei colleghi francesi, uno scambio culturale continuo e intenso, e ho avuto l’occasione di lavorare su un argomento molto interessante».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Mi ha arricchito sia professionalmente che umanamente e consiglierei a tutti di provarci. Ho deciso di rientrare perché l’Italia è la mia nazione, mi sento italiana e penso che questo Paese abbia tanto da offrire a chi come me vuole crescere nel campo della ricerca scientifica, anche se la maggior parte delle volte la ricerca non è una strada facile. Però, devo ammetterlo, lasciare la Francia mi ha lasciato una lieve nota di tristezza. Mi manca il modo di fare ricerca e le persone stupende che ho incontrato lungo la mia strada».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua fosse quella della ricerca?

«Sono cresciuta con la passione per la scienza, ma c’è un momento preciso in cui ho deciso del mio futuro, lo ricordo ancora: al liceo, durante l’orientamento per la scelta dell’università, un ricercatore è venuto a parlare a noi studenti dei suoi progetti e di cos’è la ricerca scientifica. Mi ha colpito e ho fatto in modo di farne un lavoro».

 

Dove ti vedi fra dieci anni?

«La speranza è quella di continuare a fare ricerca, impegnata in qualche interessante e stimolante sfida, con una mano alla pipetta e l’altra al computer, perché secondo me è importante il bancone allo studio».

 

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

«La sfida, il porsi un obiettivo e cercare il modo per raggiungerlo, o almeno scoprire qualcosa di più. Questo lavoro richiede dedizione e impegno, ma in cambio offre soddisfazioni e stimoli. Noi ricercatori facciamo parte di un grande sistema e ognuno di noi aggiunge un tassello che alla fine sarà utile nella cura di una malattia. Questo mi piace: poter dare, anche se indirettamente, un contributo per la cura di una malattia».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Purtroppo l’aspetto negativo della ricerca è il precariato, il continuo affanno nel trovare i fondi. La competizione tra i singoli istituti e gruppi di ricerca è alta e anche la fretta di pubblicare non permette un lavoro sereno».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Curiosità, conoscenza, sacrificio, passione, futuro».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale.

«Marie Curie, la prima donna a ricevere il premio Nobel, che riuscì a farsi strada in un ambiente scientifico dominato dagli uomini. Fu madre e scienziata allo stesso tempo».

 

Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato?

«Mi viene in mente una frase: “Niente nella vita va temuto, dev’essere solamente compreso. Ora è tempo di comprendere di più, così possiamo temere di meno”».

 

Hai famiglia?

«Sono sposata e ho una bambina di un anno e mezzo».

 

Se un giorno tuo figlia ti dicesse di voler fare la ricercatrice, cosa le diresti?

«Le direi quello che mi hanno detto i miei genitori: segui il tuo sogno, non farti scoraggiare dalle difficoltà e da ciò che pensa la gente, e vedrai che un giorno potrai ottenere delle grandi soddisfazioni».

 

C’è qualcosa che vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei ringraziarli. Questo loro gesto permette a noi ricercatori di continuare a lavorare. Le scoperte che ne derivano possono migliorare la vita di tutti».

 


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