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I nostri ricercatori

Studio i mitocondri per trattare la steatosi epatica

pubblicato il 08-04-2019

Emanuela Bottani studia le disfunzioni mitocondriali responsabili della steatosi epatica non alcolica con l’obiettivo di sviluppare nuovi trattamenti terapeutici

Studio i mitocondri per trattare la steatosi epatica

La steatosi epatica, nota anche come malattia del fegato grasso non alcolico o NAFLD, è una malattia caratterizzata dall’accumulo eccessivo di grassi nelle cellule del fegato che può evolvere in cirrosi (prima) e in un tumore del fegato (poi). All’origine della malattia vi è un’alterazione del metabolismo. Normalmente le cellule epatiche utilizzano gli acidi grassi e gli zuccheri introdotti con la dieta per dare origine a lipidi complessi chiamati trigliceridi, immagazzinati poi nel fegato come riserva energetica da sfruttare in caso di bisogno. In condizioni patologiche, però, il fegato accumula più trigliceridi di quanti riesca a smaltirne. Questa condizione può essere dovuta a numerosi fattori, ma insorge prevalentemente in seguito a vita sedentaria, eccesso di peso corporeo e un’alimentazione ricca di grassi e zuccheri. Grazie al sostegno di Fondazione Umberto Veronesi, Emanuela Bottani cercherà di fare luce sulle alterazioni del metabolismo dei mitocondri coinvolte nell’insorgenza di questa malattia.


Emanuela, puoi spiegarci cosa sono i mitocondri e perché dovrebbero avere un ruolo nell’insorgenza della steatosi?

«I mitocondri sono dei piccoli organelli presenti all’interno di tutte le cellule che consentono di estrarre l’energia dai nutrienti e proprio per questo sono chiamati le centrali energetiche della cellula. In presenza di un’eccessiva concentrazione di zuccheri e grassi, il funzionamento di questi organelli può essere compromesso e portare ad un accumulo di trigliceridi».

 

E qual è quindi l’obiettivo della tua ricerca?

«Il mio progetto punta ad identificare e analizzare le disfunzioni mitocondriali alla base dell’insorgenza della steatosi in un modello animale di malattia. Inoltre sono interessata a studiare anche il ruolo svolto dagli estrogeni sul metabolismo dei mitocondri, in quanto è noto che la NAFLD colpisce prevalentemente gli uomini».


Quali ricadute potrebbe avere il tuo progetto per la prevenzione e la cura della steatosi?

«La NAFLD è una patologia molto frequente ma purtroppo, spesso, viene diagnosticata molto tardi. Uno dei miei obiettivi è pertanto quello di identificare un insieme di bio-marcatori che permetta di effettuare un test precoce e non invasivo per diagnosticare la malattia e facilitarne il follow-up. Inoltre vorrei sperimentare l’efficacia di un trattamento nutraceutico per la prevenzione e il rallentamento della progressione della malattia».

 

Di cosa si tratta?

«Studi precedenti hanno dimostrato che gli aminoacidi a catena ramificata hanno un effetto positivo in modelli animali di disfunzione mitocondriale, in quanto stimolano e migliorano il metabolismo dei mitocondri. Con il mio progetto vorrei quindi valutare l’azione protettiva di questi aminoacidi essenziali anche in un modello animale di NAFLD».

 

Sei stata quattro anni a Cambridge per lavoro. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

«Nel 2013 decisi di seguire il mio capo di allora che era stato nominato Direttore della Mitochondrial Biology Unit del Medical Research Council di Cambridge. È stata un’esperienza straordinaria, che consiglierei a tutti. Ho imparato tantissimo e ho capito cosa significa lavorare ai massimi livelli. Ogni settimana avevo la possibilità di seguire dei seminari tenuti da premi Nobel o da scienziati di altissimo livello. Dal punto di vista personale, ho potuto allargare i miei orizzonti e ho imparato a confrontarmi con i colleghi e a non aver paura del nuovo».


Ci sono stati anche dei momenti difficili?

«Assolutamente si, soprattutto all’inizio. Mi sono trasferita senza sapere se e quando sarei tornata. Mia figlia, che all’epoca aveva nove anni, ha dovuto lasciare la sua scuola e imparare una nuova lingua. Non ultimo il clima, con la pioggia e i dieci gradi anche a Ferragosto. Non sono mai riuscita a considerare l’Inghilterra come casa mia e alla fine ho deciso di rientrare in Italia».

 

E nella vita di tutti i giorni, cos’è che ti spinge ad andare avanti e non mollare?

«Quando lavoravo all’Istituto Neurologico Besta di Milano, passavo nei corridoi della sede centrale e vedevo tantissimi bambini malati, affetti da malattie genetiche gravi. Tornavo nel mio laboratorio piangendo e pensavo: “I genitori di quei bambini si aspettano qualcosa da me, e io non faccio abbastanza. Posso fare ancora di più!”».

 

Non solo sete di conoscenza, quindi, ma anche voglia di contribuire al miglioramento della salute umana. Pensi che questo aspetto della ricerca venga percepito in Italia?

«A Cambridge capitava spesso che le persone, quando venivano a conoscenza della mia professione, mi dicessero “Grazie per quello che fai”. La città è piena di Charity Shop, gestiti da volontari (anche malati), che raccolgono fondi per la ricerca grazie alle donazioni della gente comune. Qui in Italia abbiamo i no-vax».

 

Emanuela fuori dal laboratorio. Cosa ti piace fare nel tempo libero?

«La mia grande passione è la pallavolo, che però ho dovuto lasciare per mancanza di tempo. Mi piace molto anche cucinare, ma da quando è nata la mia bimba più piccola ho sempre meno tempo da passare ai fornelli».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Dieci minuti fa, ricordando i bambini malati del Besta».

 

La cosa che ti fa più paura?

«Il tempo che mi sfugge dalle mani».

 

E cosa invece ti fa arrabbiare?

«La mediocrità al potere».

 

Raccontaci un «pazzia» che hai fatto.

«Nel 2008, quando ho lasciato il posto fisso come tecnico di laboratorio per fare ricerca. Fu l’inizio della mia avventura. Ci penso spesso e mi rivedo un po’ come nel film “Sliding doors”».



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