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L'impegno di Sara per curare i tumori dei bambini

pubblicato il 17-02-2020

Sara Ciceri studia l’evoluzione dei tumori pediatrici attraverso la loro eterogeneità. Obiettivo: sviluppare terapie più mirate e personalizzate per i giovani pazienti

L'impegno di Sara per curare i tumori dei bambini

I tumori sono entità eterogenee. All’interno della massa tumorale, infatti, sono presenti popolazioni di cellule con caratteristiche diverse a livello genetico e funzionale. Questa eterogeneità ricorda quella presente all’interno di una specie vivente e le diverse caratteristiche consentono al tumore di evolversi e adattarsi alle situazioni sfavorevoli. È possibile quindi pensare al tumore in un’ottica «evolutiva», in cui le cellule più funzionali e adatte sono in grado di sopravvivere e alimentare la crescita neoplastica.

Questo meccanismo è alla base della farmacoresistenza. Diversi tumori, dopo essere stati colpiti dai trattamenti di prima linea, sono in grado di ripresentarsi e diventare insensibili ai farmaci precedenti. Quali informazioni è possibile trarre da questa diversità cellulare? È possibile valutare terapie comuni per tumori diversi, osservando le analogie genetiche? Su questi obiettivi si concentrerà il lavoro di Sara Ciceri, biotecnologa presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.


Fondazione Umberto Veronesi sosterrà il suo progetto annuale grazie a una borsa di ricerca nell’ambito del progetto Gold for Kids, dedicato ai tumori dell’età pediatrica e adolescenziale.

Sara, raccontaci del tuo progetto di ricerca. Quali sono i tuoi obiettivi?

«Il mio progetto si pone come obiettivo quello di cercare bersagli farmacologici comuni in diversi tumori embrionali pediatrici, come il tumore di Wilms, il neuroblastoma, l’epatoblastoma e il rabdomiosarcoma. Per farlo vorremmo partire dall’eterogeneità delle cellule che compongono il tumore di ogni paziente».

 

Perché questa diversità è così importante nei tumori?

«L’eterogeneità intertumorale, cioè la diversità tra i tumori di diversi pazienti affetti, è un fenomeno noto da tempo. Soltanto di recente, tuttavia, si sta prestando attenzione all’eterogeneità intratumorale, ovvero l’esistenza di diverse popolazioni cellulari presenti all’interno della massa tumorale di un singolo paziente. Il tumore, infatti, è una malattia dinamica. Col passare del tempo, continua a evolversi generando una massa costituita da popolazioni cellulari diverse, che possiedono caratteristiche molecolari peculiari. Queste differenze molecolari possono anche implicare una diversità nei livelli di sensibilità alle terapie antitumorali».

Quindi esistono cellule più sensibili ai farmaci e altre meno.

«Sì. Oggi però esistono pochi dati riguardanti l’eterogeneità intratumorale nei tumori pediatrici, principalmente a causa del breve tempo che intercorre tra la loro insorgenza e la diagnosi. Inoltre è importante sottolineare che la diagnosi e la stratificazione nei diversi gruppi di rischio che permette di capire se il tumore avrà un decorso più o meno aggressivo si basa su di una singola biopsia. In questo modo si assume che quel singolo campione sia rappresentativo dell’intera massa tumorale, ma una massa eterogenea può portare a una classificazione errata. Questo comporta l'utilizzo di farmaci efficaci soltanto su alcune aree del tumore».

Cosa proponi, in alternativa, nel tuo progetto?

«Nel progetto saranno effettuati dei campionamenti multipli in aree diverse della massa tumorale. Ogni campione, poi, verrà analizzato per stabilirne un profilo di attività genetica e questo permetterà una comprensione più globale delle dinamiche delle diverse malattie. L’identificazione dei geni candidati, comuni a più tumori e a più popolazioni cellulari, rappresenterà la base per sviluppare nuove strategie terapeutiche efficienti e durature, anche per i tumori oggi resistenti ai farmaci».

Sara, sei mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«No, se intendiamo lunghi periodi passati in laboratori stranieri. Ma ho partecipato spesso a gruppi di lavoro internazionali in cui ho avuto modo di confrontarmi con ricercatori di altri Paesi».


Ti piacerebbe un’esperienza più strutturata?

«A oggi sono felice delle opportunità che mi sono state offerte qui in Italia, anche se spero in futuro di poter intraprendere un’esperienza in un laboratorio all’estero perché contribuirebbe a migliorare la mia crescita professionale e personale».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«È stato un lungo percorso. Già dal liceo ho scoperto un interesse verso il mondo della scienza e quando ho scoperto realmente questo mondo, durante gli anni di università, ho capito di volerne fare parte».

 

Un momento della tua vita professionale da incorniciare.

«Sicuramente uno dei momenti più importanti è stato il giorno della discussione della tesi di dottorato».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Spero come sono ora. Spero di essere ancora una ricercatrice, soddisfatta del mio lavoro».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Mi piace il fatto che non sia una cosa fine a se stessa, che il mio impegno possa contribuire a qualcosa di più grande. Quello che è veramente importante per me, nel fare ricerca, è l’aiuto che in futuro potrei dare ad altri anche grazie al mio lavoro».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«L’insicurezza verso il futuro».

 

Hai una figura a cui ti sei ispirata nella vita?

«I miei genitori. Mi hanno insegnato a non mollare anche quando le cose diventano difficili e a mettere tutto il mio impegno quando voglio raggiungere un obiettivo».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«L’archeologa, perché da bambina ero appassionata di storia antica».

 

Quali sono le tue passioni fuori dal laboratorio?

«Mi piace leggere e viaggiare. Recentemente ho scoperto una passione per il surf, quando ci sono le condizioni mi piace stare in mezzo al mare con la tavola».

 

Hai famiglia?

«I miei genitori, mio fratello e mia sorella. Tutti loro sono sempre stati un grande punto di supporto nella mia vita».

 

Se un giorno avessi un figlio che con la passione per la ricerca, come reagiresti?

«Forse sarei un po’ preoccupata per l’incertezza di futuro che questo lavoro potrebbe lasciargli, ma sarei felice per le grandi soddisfazioni personali a cui potrebbe giungere. Sicuramente lo sosterrei in ogni sua decisone».

 

Sei felice nella vita?

«Sì, molto felice. Ho preso tante decisioni, magari non sempre giuste, ma tutte mi hanno portato ad essere dove sono ora, soddisfatta della vita che mi sono costruita».

 

Un sogno nel cassetto.

«Vorrei viaggiare e visitare moltissimi posti ma in particolare vorrei vedere le Hawaii».



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