Chiudi
I nostri ricercatori

Tumore della prostata: sorveglianza attiva grazie ai micro-Rna

pubblicato il 23-09-2019

Selezionare i pazienti con cancro alla prostata a basso rischio e monitorare la malattia grazie all’analisi dei micro-Rna circolanti: la ricerca di Rihan El Bezawy

Tumore della prostata: sorveglianza attiva grazie ai micro-Rna

Prevenzione e diagnosi precoce, insieme ai trattamenti farmacologici e chirurgici, rappresentano oggi le nostre armi migliori nella lotta contro i tumori. Eppure esistono particolari neoplasie per le quali è possibile utilizzare un approccio diverso, detto di sorveglianza attiva. Nel tumore della prostata, la neoplasia più diffusa nell’uomo, un paziente su tre presenta un tumore a basso rischio, ovvero di piccole dimensioni e poco aggressivo. In questi casi è possibile evitare terapie radicali come chirurgia o radioterapia a favore di un approccio di attesa vigile, che consiste nel monitorare il paziente nel tempo attraverso esami specifici e controlli periodici, senza però intervenire. Il tumore viene trattato alla stregua di un «sorvegliato speciale», con il vantaggio che i pazienti possono evitare (o quanto meno rimandare) il trattamento e gli effetti collaterali negativi associati.

La sfida clinica più importante per questa strategia conservativa è quella di selezionare i pazienti idonei e monitorare regolarmente l’evolvere della malattia. In questo filone di ricerca si inserisce lo studio di Rihan El Bezawy, biotecnologa dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, supportata da una borsa di studio di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto SAM-Salute al Maschile.

 

Rihan, vuoi dirci qualcosa di più sul tuo progetto?

«Il mio obiettivo è trovare dei biomarcatori in grado di dare informazioni precise e accurate sullo stato del tumore alla prostata. In particolare sono interessata allo studio di alcuni frammenti di Rna che si trovano nel sangue, chiamati micro-Rna. Possiamo pensare a queste molecole come a delle bandierine, in grado di contrassegnare i pazienti in base al loro tipo di tumore».

 

Hai già individuato dei possibili candidati?

«In uno studio precedente abbiamo identificato un insieme di micro-Rna in grado di riconoscere e distinguere i pazienti a basso rischio, che non richiedono intervento, da quelli con una malattia clinicamente significativa, che richiedono intervento immediato. Ora vorrei confermare la validità clinica di questi biomarcatori in un nuovo gruppo di pazienti».

 

Ci sono altri aspetti sui quali focalizzerai la tua ricerca?

«Sono interessata a studiare anche l’origine e la funzione specifica di questi micro-Rna. In particolare vorrei analizzare le condizioni che permettono la loro formazione e i motivi per cui queste molecole sono associate alla malattia indolente (tumori di piccole dimensioni e poco aggressivi, ndr), ma non sono espresse nei pazienti con tumore ad alto rischio».

 

Quali sono le possibili ricadute della tua ricerca per la salute dei pazienti?

«I micro-Rna possono essere analizzati mediante un semplice prelievo di sangue. Con un esame rapido, sicuro e poco invasivo si potrebbero pertanto ottenere informazioni precise sullo stato del tumore alla prostata e decidere di intervenire solo quando è necessario. Questo approccio è rivoluzionario e consentirebbe a moltissimi uomini di continuare a condurre una vita piena e soddisfacente, evitando gli effetti collaterali, spesso sottovalutati, di un intervento invasivo alla prostata che potrebbe compromettere la qualità della loro vita». 
 

Qual è il momento più bello della tua giornata in laboratorio?

«Il caffè con i colleghi, un momento di condivisione unico e insostituibile. L’unione fa la forza e, quando un gruppo è compatto, si ottengono grandi risultati. Perché anche nella ricerca, così come nella vita, il tutto è più della somma delle sue parti e la collaborazione porta sempre più risultati della competizione».

 

Hai svolto il tirocinio della laurea triennale a Leiden, in Olanda. Cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

«La cosa che più mi ha colpito è stata la grande apertura mentale, dovuta probabilmente a gruppo di lavoro multiculturale ed eterogeneo. Quando non spaventa la diversità arricchisce, e questo si riscontra sia a livello personale che professionale dove confronto e condivisione sono in grado di generare nuove idee».

 

Come è nata la decisione di intraprendere la strada della ricerca?

«Vorrei poter dire che fin da piccola sognavo di diventare una scienziata, ma non è andata così. Ho sempre desiderato fare qualcosa per gli altri e, dopo aver abbandonato l’idea iniziale di fare la vigilessa, ho capito che avrei voluto salvare la vita delle persone e diventare un medico. Il mio sogno però si è infranto quando, nella lunga lista di nomi che avevano passato il test di medicina, non riuscivo a trovare il mio. Mi sono iscritta a biotecnologie, pensando che dopo un anno avrei riprovato il passaggio a medicina. E invece le biotecnologie, che non conoscevo, non erano poi così male. Così, un po' ignara e inconsapevole, sono entrata a far parte mondo della ricerca. Come diceva Steve Jobs, ho potuto unire i puntini solo guardandomi alle spalle e quei puntini, che sembravano del tutto sconnessi tra loro, mi hanno condotto dove sono ora».

 

E oggi, cos’è che ti motiva e dà un senso alle tue giornate?

«Poter fare qualcosa, in questa vita, che abbia un senso al di là del lavoro di tutti giorni e possa lasciare un segno positivo nella vita degli altri».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Se mi dici scienza, penso a rigore e oggettività. Se mi dici ricerca penso a flessibilità e creatività. Se mi dici scienza e ricerca insieme, penso alla mente e al cuore, un’unione perfetta in cui la creatività genera nuove alternative e ipotesi che il rigore del metodo scientifico permette di testare, traducendo il pensiero creativo in risultato oggettivo».

 

Ci sono state delle figure di riferimento nella tua vita?

«Mio papà. Mi ha insegnato che non posso controllare tutto quello che succede, ma posso scegliere il punto di vista da cui guardarlo».

 

Quali sono i tuoi hobby e le tue passioni al di fuori del laboratorio?

«La mia passione è la comunicazione, la più antica attività dell’uomo che ci permette di interagire con gli altri e, prima ancora, con noi stessi. Da scienziata, penso che sia fondamentale comunicare con i non esperti e come ricercatrice di mi rende orgogliosa l’attenzione e l’impegno che Fondazione Umberto Veronesi dedica alla comunicazione scientifica».

Sembri molto soddisfatta della tua vita.

«Decisamente sì. Credo che la felicità sia una scelta, e proprio per questo cerco di circondarmi sempre di persone e cose che mi rendono felice». 

 

Eppure ci sarà qualcosa che ti fa arrabbiare?

«Le incomprensioni con le persone con cui vivo o lavoro. E l’ingiustizia. Vedere qualcuno che soffre ingiustamente, senza che abbia possibilità di scelta o vie di uscita, per me è una forte spinta a impegnarmi ogni giorno di più e aiutare le persone a stare bene».



Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza