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Francesca Borsetti

Tumore del fegato: le strategie per migliorare l'effetto dell'immunoterapia

pubblicato il 13-05-2022

L’efficacia di un farmaco immunoterapico potrebbe essere legata ad alcune caratteristiche specifiche dell’epatocarcinoma: la ricerca di Caecilia Sukowati finanziata dalla Fondazione

Tumore del fegato: le strategie per migliorare l'effetto dell'immunoterapia

Il tumore del fegato è tra le principali cause di morte per cancro nel mondo. Si definiscono primari quando questi tumori si sviluppano direttamente nell'organo e la tipologia più diffusa è il carcinoma epatocellulare (HCC). L’HCC è molto eterogeneo, sia all’interno dello stesso tumore, sia tra individui diversi e questa caratteristica influenza la sua classificazione, la sua aggressività e la resistenza ai trattamenti. L’immunoterapia è una delle strategie più promettenti per il trattamento di molti tumori. I farmaci immunoterapici attivano il sistema immunitario del paziente contro le cellule cancerose, bloccando alcune proteine (chiamate check-point) che agiscono come “freni” del sistema immunitario. I farmaci inibitori del check-point disattivano questi freni, stimolando una risposta antitumorale. Caecilia Sukowati è ricercatrice presso la Fondazione Italiana Fegato Onlus nell’AREA Science Park di Trieste, e studia l’eterogeneità degli epatocarcinomi allo scopo di comprendere come le caratteristiche influenzino la risposta ai farmaci inibitori del check-point. Il suo progetto è sostenuto nel 2022 da una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

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Caecilia, come nasce l’idea di questo lavoro?

«Mi sono occupata dell'eterogeneità del cancro del fegato, in particolare del carcinoma epatocellulare, sin dai miei studi di dottorato. In passato, grazie a sovvenzioni da Fondazione Umberto Veronesi, ho studiato l'eterogeneità cellulare dell'HCC e la distribuzione di diversi marcatori di cellule staminali epatiche in campioni di cancro al fegato primario. Abbiamo osservato che questa eterogeneità cellulare contribuisce all'immunoterapia contro l'asse PD-1/PD-L1, uno dei checkpoint più importanti del sistema immunitario».

 

Come porterete avanti questo progetto nel 2022?

«Vogliamo studiare la sinergia tra l’immunoterapia (anti-PD-L1 nelle cellule tumorali) e la demetilazione del DNA (una modifica che regola la presenza e la quantità di molecole coinvolte nella proliferazione cellulare, N.d.R.) come nuova terapia per l'HCC. Credo che questo progetto darà un solido contributo scientifico nella ricerca di potenziali terapie per l'HCC e altri tumori in generale».

Caecilia, qual è la tua giornata tipo in laboratorio?

«Il mio lavoro quotidiano consiste nelle attività laboratoriali, l’assistenza agli studenti e l’elaborazione dei dati. Al mattino di solito organizzo il programma giornaliero e settimanale con gli studenti. Poi eseguo i nostri esperimenti programmati e in parallelo mi occupo della stesura degli articoli e dell'analisi dei dati».

C’è qualche episodio divertente che ci vuoi raccontare?

«Ci sono molti collaboratori internazionali in laboratorio, quindi l'inglese è la nostra lingua ufficiale. Io sono indonesiana e in diverse occasioni ho istintivamente mescolato le lingue, combinando inglese, italiano e indonesiano. Si sono create situazioni piuttosto buffe».

L’Italia non è un posto facile per gli scienziati. Come mai hai deciso di fare ricerca in Italia?

«Ho iniziato a occuparmi delle malattie del fegato nel 2003 a Jakarta, in Indonesia. L'Italia è uno dei posti migliori per studiare le malattie del fegato: è possibile partecipare a progetti importanti insieme a eccellenti collaborazioni di ricerca. Dal punto di vista personale amo molto l'Italia: la gente, la cultura, l'arte e il cibo! Ora l'Italia per me è casa, anche perché qui ho costruito una famiglia. Vivo a Trieste da più di 12 anni. Le amicizie a lungo termine e un bell'ambiente di lavoro mi hanno aiutato ad adattarmi alla vita italiana. L'unico aspetto negativo è la lunga burocrazia per ottenere documenti ufficiali, come il permesso di soggiorno».

Quali sono le differenze tra l’Italia e il tuo Paese?

«Principalmente nello stile di vita: l'Italia è molto diversa dall'Indonesia. Tuttavia, penso che dal punto di vista professionale, non importa dove ti trovi. Quando sai cosa puoi fare in un posto, puoi sempre fare qualcosa di prezioso».

Quali sono le sfide e le soddisfazioni del lavoro di ricerca?

«Il lavoro di laboratorio è sempre impegnativo. A volte l'esperimento fallisce e semplicemente non capisci perché. D'altra parte, ti dà soddisfazione quando ogni tassello di un puzzle sperimentale si incastra perfettamente. Ovviamente c’è stata tanta soddisfazione quando ho ottenuto la borsa di Fondazione Umberto Veronesi».

Cosa rappresenta la scienza dal tuo punto di vista?

«La scienza è ovunque».

In che modo, secondo te, può essere aiutato il lavoro di chi fa ricerca?

«Penso che il governo e le istituzioni debbano impegnarsi di più sul futuro dei giovani scienziati. Molti ricercatori affrontano incertezze riguardanti la loro carriera scientifica, non sanno dove lavoreranno e come saranno finanziati i loro progetti nei prossimi anni».

Cosa può fare la comunità scientifica per migliorarsi?

«Sarebbe importante migliorare la comunicazione della scienza verso la società. I ricercatori possono dare il loro contributo».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi piacerebbe avere una posizione stabile nel mondo scientifico e aiutare a mia volta i giovani ricercatori».

C’è qualcosa che vorresti fare nella vita che ancora non hai fatto?

«Paracadutismo. Non l'ho mai fatto, ma mi piacerebbe… quando troverò abbastanza coraggio!».

Quali sono i tuoi principali pregi?

«Il multitasking, l’attenzione ai dettagli e la rapidità di pensiero».

E i tuoi difetti?

«Sono impaziente, a volte impulsiva».

Se non fossi una ricercatrice, cosa faresti oggi?

«L’architetta, la designer, la scrittrice o l’insegnante».

Hai famiglia?

«Sì, sono sposata e ho una bellissima bambina di cinque anni».

Sei soddisfatta della tua vita?

«Sì, lo sono!».

Che fai nel tempo libero? Hai qualche hobby?

«In questo momento dedico il tempo libero alla mia famiglia. Lavoro tutto il giorno in laboratorio, il resto del tempo è per mia figlia. Mi piace anche viaggiare con la famiglia e conoscere nuovi posti».

Che cosa vorresti dire a coloro che sostengono la ricerca scientifica?

«Vorrei ringraziarli per il loro enorme sostegno. Il loro contributo significa dati, divulgazione scientifica e passi verso un mondo migliore. La scienza non può procedere da sola, dobbiamo lavorare insieme per promuovere la salute e trovare nuove soluzioni alle sfide della vita». 

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