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Tumore dell’ovaio: colpa del metabolismo dei grassi?

pubblicato il 21-01-2019

L’obiettivo di Tania Velletri è verificare se bloccare l'accumulo lipidico diminuisca la crescita delle cellule cancerose staminali, responsabili delle recidive nel tumore dell'ovaio

Tumore dell’ovaio: colpa del metabolismo dei grassi?

In Italia, nel 2018, sono stati diagnosticati 5.200 nuovi casi di cancro dell’ovaio: nel 75 per caso dei casi, questa malattia viene identificata in fase già avanzata. Quello ovarico è infatti un tumore particolarmente aggressivo e silenzioso, che tende a non manifestare sintomi (se non segnali molto generici) fino a stadi abbastanza tardivi: questo chiaramente rende il trattamento di questi tumori particolarmente complesso. Inoltre, un alto numero di pazienti affette da tumore all’ovaio sviluppa una recidiva dopo le terapie, a causa della permanenza nell’organismo di cellule dette staminali cancerose resistenti alle cure.

Grazie al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi, Tania Velletri indaga questi aspetti grazie a un modello in vitro da lei messo a punto, che si sta dimostrando utile nell’identificare le specifiche caratteristiche delle cellule staminali cancerose dell’ovaio. Queste informazioni potranno essere impiegate per sviluppare nuovi bersagli diagnostici o terapeutici per contrastare il tumore ovarico.

 

Tania, ci puoi dare qualche dettaglio in più sul tuo progetto?

«Certamente: il mio lavoro si basa su una tecnica, sviluppata l’anno scorso sempre grazie ad un finanziamento di Fondazione Umberto Veronesi, che permette l’isolamento e la coltivazione in vitro di cellule staminali cancerose a partire da una singola cellula proveniente da un tumore ovarico. Con questa tecnica, nell’arco di circa 12 giorni, le singole cellule crescono e formano un piccolo accumulo sferico detto organoide. Abbiamo osservato che questi organoidi contengono molte più cellule staminali cancerose rispetto al tessuto malato di partenza, e quindi questo modello è utile per capire meglio come funzionano specificamente queste cellule, responsabili delle recidive tumorali».

 

E cosa siete riusciti a scoprire grazie a questa tecnica?

«L’obiettivo era quello di confrontare i geni attivi nel tessuto tumorale di origine con quelli attivi negli organoidi, per capire quali geni sono più tipicamente attivi nelle cellule staminali cancerose. Le analisi hanno rivelato che, rispetto al tumore, negli organoidi sono più attivi i geni che servono alla cellula per accumulare grassi, che rappresentano una fonte di nutrimento ed energia soprattutto per cellule che crescono a grande ritmo. Questo suggerisce che intervenire sull’accumulo dei grassi all’interno delle cellule tumorali potrebbe aiutarci ad eliminarle: è un’ipotesi che verificherò quest’anno, e che potrebbe aiutare a trovare nuovi farmaci per eliminare le cellule tumorali che persistono nell’organismo di pazienti con tumore all'ovaio».

 

Sei mai stata all’estero a fare ricerca?

«Sì: per il mio dottorato sono stata in Inghilterra, alla Medical Research Council Toxicology Unit di Leicester, e successivamente in Cina, presso lo Shanghai Institute of Health Science».

 

L’esperienza in Cina, un paese così lontano e diverso dal nostro, deve essere stata molto importante…

«Posso dire che è stata l’esperienza più importante della mia vita, mi ha insegnato a interagire con persone culturalmente distanti e trovare la via più adatta per comunicare nonostante modi di pensare, di manifestare opinioni ed emozioni molto diversi. Vorrei spezzare una lancia a favore della ricerca in Cina, molto spesso sottovalutata nel nostro ambiente: esiste un pregiudizio nei confronti di articoli scientifici pubblicati da equipe interamente cinesi, a volte li si legge con sospetto pensando siano falsi. Ma la Cina è immensa (soltanto Shanghai ha 24 milioni di abitanti, mentre l’Italia intera ne conta ad oggi circa 60), e quindi certi fenomeni sono amplificati proprio a causa dei suoi grandi numeri. Anche in Europa vengono prodotte pubblicazioni artefatte, ma siamo molti meno e questi episodi sembrano meno frequenti. Ho lavorato con professionisti e persone stimate scientificamente a livello mondiale. Non importa quindi dove si faccia ricerca, l’importante è la qualità del lavoro, la preparazione scientifica e la persona e il team che lo svolge».

 

E fra dieci anni, come e dove ti vedi?

«Penso sarò più saggia di adesso, forse tornerò a casa mia in Sicilia per portare un po’ della mia esperienza scientifica».

 

Pensi che la scienza e la ricerca abbiano dei lati negativi?

«A volte il lavoro degli scienziati, per cause oggettive, rischia di diventare un po’ alienante, il che contribuisce a rendere i ricercatori poco comunicativi con il resto del mondo. Dare più rilievo al nostro lavoro nel nostro paese potrebbe essere di importanza fondamentale, anche per contrastare il diffondersi di notizie scorrette. Servirebbe quindi una migliore divulgazione scientifica a livello nazionale, mediante programmi che possano unire l’utile e il dilettevole, se si vuole catturare l’attenzione di tante fasce di persone: non tutti potrebbero essere interessati al tema. Altro lato negativo è l’eccessiva competizione, che impedisce la collaborazione e il raggiungimento di risultati».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Faccio sport (in particolare yoga e corsa), suono la chitarra, dipingo. Se non avessi intrapreso la strada della ricerca mi sarebbe piaciuto fare la pittrice».

 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Mi piacerebbe poter dormire su una palafitta sull’acqua in Polinesia. E vedere le uova delle tartarughe marine mentre si schiudono in spiaggia».

 

La cosa di cui hai più paura?

«Non ho idea del perché, ma … i volatili!».

 

Il tuo film preferito.

«“Il miglio verde”».

 

Se un giorno un tuo figlio (o figlia) ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Risponderei che se lo sente dentro allora è la sua strada, per quanto tortuosa e incognita. Forse proverei a ragionare insieme sulle motivazioni dietro a questo desiderio, parlerei del fatto che non è un mondo semplice, che ci vuole molto sacrificio, e che non è la scelta migliore se si vuole avere un lavoro stabile. Sicuramente suggerirei di viaggiare e fare tante esperienze all’estero per arricchirsi sotto molti punti di vista. A seconda delle realtà in cui ci si trova, l’Italia non offre sempre abbastanza opportunità, ma che ci si trovi nella provincia sperduta dell’entroterra italiano o nella metropoli enorme dall’altra parte del mondo, si può comunque lavorare bene, con precisione e con metodo. Gli o le insegnerei a non vivere le esperienze estere come un declassamento della ricerca nel nostro Paese, ma solo come un percorso di lavoro e di vita».

 

Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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