In Italia, nel 2018, sono stati diagnosticati 5.200 nuovi casi di cancro dell’ovaio: nel 75 per caso dei casi, questa malattia viene identificata in fase già avanzata. Quello ovarico è infatti un tumore particolarmente aggressivo e silenzioso, che tende a non manifestare sintomi (se non segnali molto generici) fino a stadi abbastanza tardivi: questo chiaramente rende il trattamento di questi tumori particolarmente complesso. Inoltre, un alto numero di pazienti affette da tumore all’ovaio sviluppa una recidiva dopo le terapie, a causa della permanenza nell’organismo di cellule dette staminali cancerose resistenti alle cure.
Grazie al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi, Tania Velletri indaga questi aspetti grazie a un modello in vitro da lei messo a punto, che si sta dimostrando utile nell’identificare le specifiche caratteristiche delle cellule staminali cancerose dell’ovaio. Queste informazioni potranno essere impiegate per sviluppare nuovi bersagli diagnostici o terapeutici per contrastare il tumore ovarico.
Tania, ci puoi dare qualche dettaglio in più sul tuo progetto?
«Certamente: il mio lavoro si basa su una tecnica, sviluppata l’anno scorso sempre grazie ad un finanziamento di Fondazione Umberto Veronesi, che permette l’isolamento e la coltivazione in vitro di cellule staminali cancerose a partire da una singola cellula proveniente da un tumore ovarico. Con questa tecnica, nell’arco di circa 12 giorni, le singole cellule crescono e formano un piccolo accumulo sferico detto organoide. Abbiamo osservato che questi organoidi contengono molte più cellule staminali cancerose rispetto al tessuto malato di partenza, e quindi questo modello è utile per capire meglio come funzionano specificamente queste cellule, responsabili delle recidive tumorali».







