Ogni anno, in Italia, più di 5.400 donne ricevono una diagnosi di tumore ovarico. È una neoplasia relativamente meno diffusa rispetto ad altri tumori femminili, ma nel 2022 sono stati stimati circa 3.600 decessi e ancora oggi la malattia rappresenta una sfida per l'oncologia.
In occasione della Giornata Mondiale sul Tumore Ovarico, il tema della conoscenza torna centrale. Perché, nonostante i progressi della ricerca abbiano cambiato radicalmente le prospettive terapeutiche di molte pazienti, il tumore ovarico continua a essere diagnosticato spesso in fase avanzata. E perché una maggiore consapevolezza — dei sintomi, dei fattori di rischio, dei percorsi di cura e delle opportunità offerte dalla medicina personalizzata — può fare la differenza.
Secondo il volume I numeri del cancro in Italia 2025, il carcinoma ovarico rappresenta circa il 30% delle neoplasie ginecologiche ed è ancora considerato uno dei tumori più aggressivi e complessi da curare in oncologia ginecologica. Alla base dell’elevata mortalità contribuiscono diversi fattori: la mancanza di uno screening efficace per la popolazione generale, la presenza di sintomi iniziali spesso vaghi e aspecifici e la tendenza della malattia a essere scoperta quando è già diffusa nell’addome.
SINTOMI POCO SPECIFICI, MA DA NON SOTTOVALUTARE
Quali sono i sintomi a cui prestare attenzione?
- gonfiore addominale persistente
- senso di sazietà precoce
- dolore pelvico
- aumento della circonferenza addominale
- disturbi urinari o intestinali.
Come è evidente, si tratta di sintomi comuni anche ad altre condizioni tutt'altro che preoccupanti, e proprio per questo il tumore ovarico può passare inosservato nelle sue fasi iniziali.
Gli esperti sottolineano però che la persistenza e la frequenza di questi segnali meritano attenzione, soprattutto dopo la menopausa o in presenza di familiarità oncologica. La conoscenza dei sintomi rappresenta oggi uno degli strumenti più importanti per ridurre i ritardi diagnostici, dal momento che non esiste ancora un programma di screening efficace rivolto alla popolazione sana.
Il ruolo dei fattori genetici
Negli ultimi anni la ricerca ha chiarito sempre meglio il peso della predisposizione ereditaria. Una quota significativa dei tumori ovarici è associata a mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, gli stessi coinvolti in parte dei tumori della mammella.
Sapere di essere portatrici di una variante genetica aumenta la possibilità di accedere a percorsi di sorveglianza dedicati, consulenza genetica e, nei casi indicati, strategie di riduzione del rischio. Inoltre, la caratterizzazione molecolare del tumore ha oggi un impatto diretto sulle terapie disponibili.
Le innovazioni della medicina di precisione hanno infatti aperto una nuova fase nella cura del carcinoma ovarico. Accanto alla chirurgia e alla chemioterapia, oggi sono disponibili farmaci mirati che hanno modificato la storia naturale della malattia in molte pazienti.
Tra questi, gli inibitori di PARP hanno mostrato benefici particolarmente importanti nelle donne con alterazioni dei geni BRCA o con specifiche caratteristiche molecolari del tumore. Negli ultimi anni queste terapie di mantenimento hanno contribuito a prolungare significativamente il controllo della malattia dopo i trattamenti iniziali.
PERCHÉ I CENTRI SPECIALIZZATI FANNO LA DIFFERENZA
La ricerca ha evidenziato anche un altro aspetto cruciale: il luogo in cui si viene curate può influenzare la prognosi.
Durante la Giornata Mondiale sul Tumore Ovarico, celebrata oggi a Roma, è stata presentata la prima Agenda nazionale di impegno per le donne con tumore ovarico, promossa da associazioni di pazienti e patrocinata da AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), World Ovarian Cancer Coalition e Ovarian Cancer Committee. Tra gli obiettivi principali vi è la centralizzazione delle cure in strutture specializzate ad alto volume, dove operano équipe multidisciplinari esperte nella gestione di questa neoplasia.
Secondo quanto emerso durante l’incontro, il 73% delle pazienti non è consapevole dell’importanza di essere seguite in centri specializzati e ritiene che qualsiasi ospedale possa offrire la stessa qualità di cura. In realtà, numerosi studi hanno dimostrato che l’esperienza del centro e del team chirurgico può incidere significativamente sugli esiti clinici.
L’Agenda chiede inoltre una maggiore uniformità nell’accesso ai test genetici, ai farmaci innovativi, agli studi clinici e ai percorsi assistenziali sul territorio nazionale, riducendo le disuguaglianze regionali che ancora oggi condizionano la qualità delle cure.
LA RICERCA CONTINUA A CAMBIARE LE PROSPETTIVE
Se il tumore ovarico resta una sfida complessa, negli ultimi dieci anni i progressi scientifici sono stati significativi. La conoscenza biologica della malattia è aumentata, le tecniche chirurgiche si sono evolute, la diagnostica molecolare è diventata parte integrante del percorso clinico e le nuove terapie hanno ampliato le possibilità di trattamento.
Oggi in Italia vivono circa 52.800 donne dopo una diagnosi di tumore ovarico. Un dato che racconta anche una storia di miglioramento delle cure, di accesso all’innovazione e di ricerca scientifica.
Ma racconta soprattutto quanto sia importante continuare a investire non solo nei trattamenti, ma anche nell’informazione. Perché conoscere il tumore ovarico — i sintomi, i fattori di rischio, il valore della diagnosi genetica e dei centri specializzati — significa dare alle donne strumenti in più per affrontare la malattia nel modo più tempestivo e appropriato possibile.


