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I nostri ricercatori

A caccia di nuovi target terapeutici per i tumori cerebrali

pubblicato il 09-11-2020

Lo studio del microambiente nei tumori cerebrali è di fondamentale importanza per capire il loro sviluppo. La ricerca di Elisabetta Stanzani

A caccia di nuovi target terapeutici per i tumori cerebrali

Il glioblastoma e il medulloblastoma rappresentano i tumori cerebrali primari più comuni negli adulti e nei bambini. A oggi il glioblastoma ha una risposta limitata alle terapie e una mortalità elevata, mentre i pazienti affetti da medulloblastoma hanno una elevata frequenza di deficit cognitivi e neuroendocrini.


Negli ultimi anni numerosi studi hanno concentrato il loro interesse sul microambiente tumorale, ovvero l’insieme delle cellule tumorali e l’ambiente che le circonda. Anche le interazioni molecolari che regolano e fanno interagire questi due ambienti sono considerati una parte essenziale del microambiente, perché influenzano la crescita, l’invasività e la capacità di sviluppare metastasi del tumore, oltre a condizionarne la risposta alla chemioterapia.

 

Elisabetta Stanzani, biologa e ricercatrice post-doc all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano), conduce il suo progetto dedicato ai tumori cerebrali per il terzo anno consecutivo grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Gold for Kids.

 

Elisabetta, raccontaci qualcosa di più sul tuo lavoro dedicato ai tumori cerebrali e infantili.

«Quest’anno sto continuando lo studio sui tumori cerebrali, cominciato durante il dottorato e che sta proseguendo con un approccio nuovo. In particolare, mi occupo di vescicole extracellulari nell’ambito del glioblastoma e medulloblastoma. Si tratta di strutture rilasciate dalle cellule nel microambiente, ormai considerate dei mediatori chiave della comunicazione tra le cellule, che in ambito tumorale hanno acquisito rilevanza diagnostica e terapeutica».

 

Qual è il loro ruolo nei tumori di cui ti occupi?

«Le vescicole extracellulari vengono prodotte da tutte le cellule in condizione sia fisiologica sia patologica e rappresentano una delle modalità usate dalle cellule per comunicare tra loro. La composizione di queste vescicole varia enormemente in base alla cellula produttrice e allo stato della stessa, ed è proprio la sua composizione a determinare il tipo di effetto generato nella cellula ricevente».

 

Una sorta di carta di identità.

«Esattamente. Il mio obiettivo è quello di analizzare le vescicole extracellulari prodotte dalle cellule di glioblastoma e medulloblastoma e di comprendere come le vescicole siano in grado di influenzare le cellule del sistema immunitario localizzate in prossimità del tumore. Le vescicole extracellulari, essendo capaci di plasmare le cellule adiacenti, svolgono un ruolo chiave in campo oncologico, generando un ambiente che favorisce la progressione del tumore e la resistenza ai trattamenti. In particolare le cellule non tumorali del microambiente, come macrofagi, cellule endoteliali e gliali, sono degli attori fondamentali per la resistenza alle chemioterapie. Sulla base dei nostri dati preliminari riteniamo che le cosiddette cellule staminali tumorali del glioblastoma creino un ambiente immunosoppressivo, riducendo l’efficacia della terapia, proprio comunicando attraverso vescicole extracellulari».

 

Quali sono le prospettive cliniche a lungo termine?

«Le attuali terapie contro il glioblastoma e il medulloblastoma al momento non sono risolutive. E le prospettive di guarigione per i pazienti sono purtroppo ancora scarse. Con questo studio, speriamo di ampliare il grado di conoscenza di queste malattie e di identificare nuovi bersagli terapeutici, nella speranza di migliorare in un futuro l’aspettativa di vita dei pazienti».

 

Elisabetta, raccontaci di te. Perché hai scelto di diventare una ricercatrice?

«Le materie scientifiche da sempre mi hanno affascinato, ma soprattutto per la prospettiva di poter scoprire qualcosa di nuovo. Lo studio delle materie scientifiche permette di soddisfare la mia curiosità, di rispondere a nuovi interrogativi».

 

Quando lo hai capito?

«Da quando ho iniziato a studiare all’università: fare la ricercatrice in campo oncologico è sempre stato il mio sogno, la mia strada. Ma se dovessi andare più indietro nel tempo, da bambina volevo fare l’archeologa».

 

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

«La sfida continua e lo stimolo a migliorare e imparare sempre cose nuove».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«A volte la frustrazione nel vedere che i propri sforzi non sono commisurati ai risultati ottenuti».

 

Qual è per te il senso profondo che ti motiva ogni giorno?

«La speranza di fare qualcosa di utile, e di riuscire a migliorare la qualità della vita delle persone. Se dico scienza e ricerca, penso a modernità e innovazione».

 

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Credo che la comunità scientifica potrebbe migliorare nel rendersi meno imperscrutabile e palesandosi nella sua fragilità. È fondamentale veicolare il fatto che la scienza non sia una materia rigida, è in continua evoluzione, alcune nozioni date per vere cinquanta anni fa sono state sovvertite sulla base di nuovi dati e grazie all’uso di tecnologie sempre più raffinate. Nella scienza tutte le grandi nozioni sono vere finché non vengono confutate. Tutti possono aiutare il lavoro che fa ricerca, sicuramente donare a una entità come Fondazione Umberto Veronesi è una maniera concreta per sostenere attivamente la nostra attività».

 

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Sì, credo che in Italia e più in generale nel mondo stia crescendo. Credo che questo sentimento si basi in buona fede su una inadeguata educazione scientifica e che sia collegato al crollo della fiducia nelle autorità. Il fenomeno si potrebbe contrastare con un’informazione capillare e corretta veicolata da esperti del campo. E con la creazione di strumenti per filtrare e certificare l’esattezza delle informazioni nell’era digitale».

 

Chi è Elisabetta nel tempo libero?

«Mi appassiona l’arte. Visito spesso mostre di pittori e fotografi. Per rigenerarmi invece adoro fare lunghe camminate ed escursioni».

 

Come reagiresti se in futuro, tua figlia o figlio ti dicesse di voler diventare un ricercatore?

«Le o gli direi che è una strada in salita, in cui è necessario accettare molte sfide, avere determinazione e volontà di cogliere tutte le occasioni per migliorarsi e imparare, e laddove sia possibile, crearsi la propria strada».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare.

«L’incoerenza».

 

E quella che invece ti fa ridere?

«L’autoironia».

 

Il libro che più ti rappresenta.

«L’ombra del vento, ambientato a Barcellona subito dopo la guerra civile, imbevuto di storia, cultura e determinazione».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei poter dimostrare la mia gratitudine per il loro sostegno, che attraverso le nostre mani di ricercatori contribuisce ad aiutare concretamente la comunità e i pazienti oncologici».

 


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