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Un prelievo per predire la resistenza nel tumore al seno

pubblicato il 29-10-2018

A Torino Valentina Miano sta sviluppando una biopsia liquida per valutare varianti genetiche del tumore al seno associate a un maggior rischio di resistenza alle terapie

Un prelievo per predire la resistenza nel tumore al seno

Il carcinoma mammario è il tumore più diffuso tra le donne al mondo. Si stima che una donna su otto riceverà una diagnosi di tumore al seno nel corso della vita. Nella lotta contro questo tumore,  lo studio delle caratteristiche molecolari dei diversi sottotipi ha portato negli anni un netto miglioramento nella diagnosi e nel trattamento. La sopravvivenza a dieci anni dalla diagnosi è infatti dell’80% . Nonostante questi progressi, però, un terzo delle pazienti sviluppa resistenza alle terapie. Molti ricercatori stanno lavorando per trovare nuove soluzioni a questo problema, tra cui anche la biotecnologa Valentina Miano, in forze all’Università di Torino e sostenuta nell’ambito del progetto Pink is Good.

 

Valentina, raccontaci i dettagli della tua ricerca.

«Il mio lavoro si concentra in particolare sui tumori al seno luminali che sviluppano resistenza alla terapia endocrina. L’obiettivo è mettere a punto un saggio molecolare su sangue di pazienti -la cosidetta biopsia liquida- per la diagnosi precoce e per monitorare l’efficacia del trattamento. In particolare, il marcatore tumorale oggetto di studio nel mio saggio è il gene DSCAM-AS1, che è stato associato alla resistenza al trattamento dei carcinomi mammari estrogeno dipendenti. Una volta messo a punto il saggio, valutando la specificità di  DSCAM-AS1 come marcatore del tumore confrontando sieri di pazienti e di persone sane, verrà condotto uno studio pilota retrospettivo analizzando informazioni su risposta e resistenza alla terapia, sopravvivenza e insorgenza di nuova patologia in una coorte di paziente degli ultimi 20 anni. Questo permetterà di correlare la presenza di DSCAM-AS1 nel siero a determinate caratteristiche cliniche e risvolti terapeutici. L’ultimo passo sarà invece valutare, con uno studio prospettico, il potenziale predittivo del saggio nella risposta al trattamento». 
 

Quali prospettive apre per le possibili applicazioni alla gestione delle pazienti?

«L’obiettivo è quello di sviluppare un saggio non invasivo, perché basato su un semplice prelievo di sangue, che basandosi sulla presenza e sugli andamenti dei livelli del gene DSCAM-AS1 possa fornire indicazioni su come risponderà il tumore mammario al trattamento antitumorale, per curare sempre meglio e con minor rischio di resistenza».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Al momento della scelta dell’università ero molto indecisa. Poi lessi il libro Ballando nudi nel campo della mente di Kary Mullis, lo scienziato ideatore della reazione a catena della polimerasi che mi ispirò profondamente, non solo per la curiosità che nasce dal sapere ma soprattutto per l’apertura mentale che ti permette di avere la scienza, e mi sono iscritta a Biotecnologie».


Dove ti vedi fra dieci anni?

In laboratorio, ma magari con un contratto di lavoro stabile».


Cosa ti piace di più della ricerca?

«Sapere che niente è irraggiungibile, basta applicarsi al massimo per aggiungere conoscenza. Un privilegio riservato a noi ricercatori».


E cosa invece eviteresti volentieri?

«Dovermi preoccupare del mio futuro ogni sei mesi, di non riuscire a programmare la mia vita personale come meglio vorrei perchè non so mai se l’anno successivo avrò uno stipendio».


Qual è a tuo avviso il filone di ricerca biomedica più promettente per i prossimi anni?

«La terapia genica tumorale. Spero che fra cinquant'anni, tra diagnosi precoce e terapia personalizzata, il cancro sarà considerata una malattia curabile o per lo meno con cui si possa convivere».

 

Se un giorno tuo figlio ti dicesse che vuole fare il ricercatore come reagiresti?

«Per poter essere felice di questa scelta, spero che quel giorno le cose siano diverse per i ricercatori italiani, altrimenti gli comprerei un biglietto di solo andata per gli Stati Uniti». 
 

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«Perseguire la conoscenza. Credo che la vera forza dell’essere umano sia la sua capacità di conoscere e interpretare il mondo esterno».


Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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