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I nostri ricercatori

Una carta d’identità per il carcinoma ovarico sieroso di alto grado

pubblicato il 10-05-2021

Il primo passo per sviluppare farmaci più efficaci contro il tumore ovarico è capirne le caratteristiche peculiari: la ricerca di Aisling Coughlan

Una carta d’identità per il carcinoma ovarico sieroso di alto grado

Il tumore dell’ovaio colpisce ogni anno più di cinquemila donne in Italia, che si aggiungono alle oltre trentamila in trattamento terapeutico. Poiché nelle fasi precoci non dà sintomi specifici, spesso la sua diagnosi avviene quando la malattia è già a uno stadio piuttosto avanzato. Il carcinoma ovarico sieroso di alto grado è una delle forme più aggressive e rappresenta circa il 70 per cento dei tumori ovarici: spesso presenta resistenza ai farmaci chemioterapici, ed esiste la necessità di individuare cure più specifiche ed efficaci.

 

Aisling Coughlan, ricercatrice all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, studia le alterazioni geniche e le caratteristiche del microambiente che rendono il carcinoma ovarico sieroso di una paziente diverso da quello di un’altra. Attraverso tecniche all’avanguardia, analizzerà il tessuto tumorale a livello delle singole cellule per creare una «carta d’identità» del carcinoma e individuare così i bersagli molecolari più promettenti per il trattamento chemioterapico. La sua ricerca è sostenuta per il 2021 da una borsa di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Aisling, raccontaci come nasce l’idea del vostro progetto.

«Studi recenti hanno evidenziato che più della metà dei tumori umani è legata a mutazioni in grado di alterare l’organizzazione tridimensionale del Dna. Queste proteine possono diventare potenziali bersagli di farmaci antitumorali. In particolare, studi preclinici e clinici su linfomi e glioblastomi hanno dato risultati incoraggianti. Non sono state sperimentate, invece, le possibili applicazioni sul tumore ovarico».

 

Come intendi portare avanti il tuo progetto durante quest’anno?

«La prima parte del lavoro consisterà nell’identificare le alterazioni genetiche presenti in tumori ovarici sieroso di alto grado provenienti da biobanche. Sarà importante capirne il ruolo nella progressione della malattia. Userò una tecnica innovativa per studiare precisamente l’eterogeneità del tumore e individuare quelle mutazioni che rendono le cellule malate sensibili a farmaci specifici. In un secondo momento, effettuerò analisi di screening in vitro su ciascun campione tumorale, così da validare le previsioni elaborate nella fase precedente. Questo lavoro consentirà di selezionare la terapia più efficace per la paziente, perché calibrata sull’unicità molecolare del tessuto malato».

 

Qual è la tua routine giornaliera?

«La mia giornata inizia sempre con un buon caffè. Mentre lo gusto, pianifico le attività sperimentali. Alcune prove richiedono una programmazione precisa, quasi al minuto. Del resto, quando si tratta di esperimenti che analizzano dove si trova una proteina nella cellula, è necessario essere precisi. Una buona organizzazione e la meticolosità sono tra le abilità più importanti nella ricerca. Terminata questa pianificazione, inizia l’attività in laboratorio. Ci sono esperimenti che richiedono giorni, altri settimane o addirittura mesi per poter essere completati».

 

L’Italia non sempre è un luogo particolarmente accogliente per la carriera dei giovani ricercatori. Cosa ti ha spinto qui dall’Irlanda?

«Ho conosciuto l’Istituto Europeo di Oncologia durante il mio percorso universitario e di dottorato, seguendo l’attività scientifica di alcuni responsabili di ricerca. Uno dei miei insegnanti aveva completato il suo periodo di post-dottorato proprio qui a Milano. Mi aveva parlato del centro in maniera entusiasta, riferendomi dei suoi alti standard scientifici e dell’eccellenza delle sue unità specialistiche di genomica, biochimica e analisi di immagine. Grazie a queste risorse, mi sono ritrovata di fronte una preziosa opportunità per il mio percorso di post-dottorato».

 

Una scelta voluta, quindi.

«Sì. Inoltre, dal punto di vista personale, l’Italia è stata sempre una delle mete preferite da visitare. Prima di stabilirmi per lavoro sono stata a Roma, in Sicilia e a Milano. Ho tanti ricordi piacevoli e decidere di lavorare qui è stata una scelta di vita. Dal punto di vista professionale, non credo che ci sia una grande differenza tra il lavoro di ricerca in Irlanda e in Italia. La scienza è un’attività internazionale, che richiede una collaborazione costante tra Paesi e continenti. Il lavoro sperimentale in un laboratorio, per me, è qualcosa di universale. Invece la grande differenza tra i due Paesi sta nel clima. L’estate a Milano è impegnativa per una irlandese che considera 22 gradi come una temperatura già elevata. Ho iniziato ad apprezzare l’efficienza di certi sistemi di condizionamento dell’aria».

 

Perché hai intrapreso la strada della scienza e della ricerca?

«Come capita a molti, ho conosciuto persone affette da cancro. Ho visto amici e famigliari in terapia. Alcuni ce l’hanno fatta, altri li ho perduti. In anni recenti sono stati raggiunti tanti obiettivi terapeutici, ma c’è ancora tanta strada da fare. Comprendere i meccanismi globali dei processi tumorali significa poter applicare l’approccio terapeutico più adatto e migliorare la prognosi dei pazienti. Voglio contribuire il più possibile a questo progresso biomedico».

 

Talvolta sembra che scienza e società siano in “conflitto”. Percepisci un sentimento antiscientifico attorno alla ricerca o alla figura del ricercatore?

«C’è una sorta di sfiducia generale della popolazione verso la scienza. Credo che sia dovuta in parte alla mancanza di comprensione e in parte a una comunicazione inadeguata. Oggi i dati sono disponibili e accessibili da tutti attraverso la rete, ma se il pubblico ha difficoltà nel comprenderli, siamo noi specialisti a dover fare maggiori sforzi per spiegarli efficacemente. Il nostro lavoro non consiste solo nel contribuire a un progresso scientifico e medico, ma anche nel comunicarlo al meglio alla società».

 

Qual è l’obiettivo professionale che vorresti raggiungere?

«Vorrei diventare la responsabile di un gruppo di ricerca e guidare un laboratorio specializzato in deregolazione epigenetica dei tumori».

 

Raccontaci cosa vorresti fare una volta nella vita.

«Mi piacerebbe visitare le isole Galápagos. Le specie che popolano quelle isole sono state oggetto di studio da parte di Darwin e le sue osservazioni lo hanno condotto a formulare la teoria dell’evoluzione e della selezione naturale».

 

Quali sono le tue qualità e I tuoi difetti?

«Mi impegno molto nel lavoro, cerco di fare sempre del mio meglio e di lavorare con cura. Tuttavia, quando gli esperimenti non vanno come previsto, oppure non ottengo il risultato sperato, mi demoralizzo. Una delle caratteristiche più importanti per chi lavora in ambito scientifico è la capacità di accettare i risultati negativi. Imparare dagli errori e migliorare con l’esperienza è l’unica via per procedere lungo questa strada».

 

E se non fossi diventata una ricercatrice?

«Sarei un’insegnante. Mi sarebbe piaciuto insegnare scienze, storia o educazione fisica alla scuola secondaria: erano le mie materie preferite quando ero ragazzina. Recentemente ho collaborato con le scuole per organizzare “Le Giornate della Scienza”, in cui i bambini avevano l’occasione di avvicinarsi al metodo scientifico attraverso dei laboratori sperimentali. Seguo anche ragazzi più grandi durante i loro tirocini formativi in laboratorio».

 

Sei sposata?

«No, ma sono fidanzata con un ricercatore che lavora nello stesso ospedale. Ci siamo conosciuti a Dublino, durante la laurea in Genetica al Trinity College. Lavoriamo in due gruppi distinti e su progetti diversi, ma ci confrontiamo quotidianamente sul nostro lavoro. Ci scambiamo consigli e critiche, fornendo un punto di vista esterno alla ricerca dell’altro: questo è davvero un gran vantaggio per il nostro lavoro».

 

Sei felice?

«Sì, molto. Il mio lavoro è complesso e impegnativo, ma molto gratificante».

C’è qualcosa che vorresti dire a chi dona e supporta la ricerca?

«Li voglio ringraziare per il loro sostegno. La cura dei pazienti inizia nel comprenderne la malattia e le sofferenze. La ricerca e le sue applicazioni mediche migliorano la qualità della nostra vita, ma queste attività sono possibili solo grazie al loro supporto di persone».

 

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