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Neuroscienze
Serena Zoli

Ictus cerebrale: la gravità si può dedurre da una goccia di sangue

pubblicato il 05-01-2021

Un esame del sangue può indicare quanto è esteso il danno cerebrale per un ictus e prevederne il decorso. I vantaggi: rapidità nella diagnosi e interventi mirati

Ictus cerebrale: la gravità si può dedurre da una goccia di sangue

Individuato un biomarcatore nel sangue che potrebbe indicare l’estensione del danno provocato dai diversi tipi di ictus e predire la prognosi per i pazienti colpiti. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori della Mayo Clinic in Florida (Usa), è stato pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine. Questo marcatore è una proteina nota come neurofilamento leggero (Nfl) ed è abbondante nei neuroni. Quando queste cellule cerebrali sono colpite da un ictus o da altri problemi neurologici, l’Nfl viene rilasciato nel fluido cerebrospinale e nel sangue. La quantità di Nfl rilasciato è indicativa della lesione nei neuroni: questo quanto affermato dai ricercatori della Mayo Clinic.

ICTUS CEREBRALE:
FARE PREVENZIONE È POSSIBILE

INDICATORE VALIDO NEI DUE TIPI DI ICTUS

L’ictus è un’importante causa di morte, ma i sintomi che può provocare sono di un ampio raggio: dall’attacco temporaneo e con poche conseguenze alla grave disabilità a lungo termine. «Per questo, poter prevedere con una certa sicurezza la prognosi di un paziente è importante anche per mettere a punto la terapia più appropriata - osserva Tania Gendron, prima autrice della ricerca -. Abbiamo cercato di determinare se la quantità di Nfl nel sangue potesse venire usata per la prognosi dopo un ictus, sia che si tratti di un ictus ischemico, che si verifica quando il sangue che va al cervello è bloccato da un coagulo, o di un ictus emorragico, che si ha quando un vaso sanguigno debole si rompe e riempie di sangue il cervello».


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PREVEDERE LA SOPRAVVIVENZA

I ricercatori hanno fatto un esame del sangue per misurare le concentrazioni della proteina marker nel sangue di 314 pazienti colpiti da un ictus e nel sangue di 79 persone sane. Questo ha permesso loro di vedere se il livello di Nfl nel sangue è elevato dopo un ictus. E di indagare se i diversi livelli di Nfl siano indicativi della gravità dell’ictus e dell’eventuale ripresa. Per questo gli scienziati hanno esaminato le correlazioni tra i livelli della proteina e il grado di lesione cerebrale, oltre a considerare lo stato dei malati dal punto di vista neurologico, funzionale o cognitivo al momento del prelievo di sangue. Hanno inoltre verificato se i livelli di Nfl riscontrati fossero affidabili nel prevedere la sopravvivenza e il decorso nel dopo-ictus. «Sì, abbiamo scoperto che i livelli della proteina predicono davvero la gravità dell’ictus - afferma Leonard Petrucelli, neuroscienziato della Mayo Clinic e coordinatore dello studio -. Più alti livelli fanno prevedere una peggiore ripresa funzionale e una più breve sopravvivenza. E questo vale per i due tipi di ictus. La nostra ricerca indica l’Nfl come un promettente marker prognostico per l’ictus».


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UNA RIABILITAZIONE SU MISURA

Oggi si usano le tecniche di imaging per verificare l’entità del danno cerebrale. I ricercatori della Mayo Clinic si augurano che diminuiscano questi tipi di accertamento e che, intanto, venga potenziata la sperimentazione clinica su questo tema. Conclude il dottor James Meschia: «Abbiamo fiducia che la nostra scoperta cambi il modo in cui sono curati i pazienti, con una più rapida e affidabile comprensione degli effetti terapeutici. E permetta di meglio individuare le tecniche di riabilitazione più adatte a quel paziente».

LA LESIONE PICCOLA PUO’ INGANNARE

«Interessante questa ricerca», esordisce Valeria Caso, neurologa allo Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia, a Perugia e membro del consiglio direttivo della Società italiana di Neurologia. «La medicina in tutti i suoi settori è sempre alla ricerca di biomarcatori. Se questa ricerca fosse confermata, si eviterebbero o quantomeno si ridurrebbe il numero degli esami radiologici e si guadagnerebbe tempo». Continua Caso: «Ora quello che ci guida nel curare è l’estensione della lesione. Più è ampia, più è grave. Ma non è sempre così: ci può essere una lesione piccola, ma se il paziente aveva una situazione cerebrale compromessa il danno è più grave di quanto sembrerebbe. Con l’esame dell’Nfl si comprenderebbe questa situazione. Mi pare che questa scoperta sarebbe l’ideale per queste condizioni intermedie».

 


Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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