Ictus cerebrale: la gravità si può dedurre da una goccia di sangue
Un esame del sangue può indicare quanto è esteso il danno cerebrale per un ictus e prevederne il decorso. I vantaggi: rapidità nella diagnosi e interventi mirati
Individuato un biomarcatore nel sangue che potrebbe indicare l’estensione del danno provocato dai diversi tipi di ictus e predire la prognosi per i pazienti colpiti. Lo studio, condotto da un gruppo di ricercatori della Mayo Clinic in Florida (Usa), è stato pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine. Questo marcatore è una proteina nota come neurofilamento leggero (Nfl) ed è abbondante nei neuroni. Quando queste cellule cerebrali sono colpite da un ictus o da altri problemi neurologici, l’Nfl viene rilasciato nel fluido cerebrospinale e nel sangue. La quantità di Nfl rilasciato è indicativa della lesione nei neuroni: questo quanto affermato dai ricercatori della Mayo Clinic.
ICTUS CEREBRALE: FARE PREVENZIONE È POSSIBILE
INDICATORE VALIDO NEI DUE TIPI DI ICTUS
L’ictus è un’importante causa di morte, ma i sintomi che può provocare sono di un ampio raggio: dall’attacco temporaneo e con poche conseguenze alla grave disabilità a lungo termine. «Per questo, poter prevedere con una certa sicurezza la prognosi di un paziente è importante anche per mettere a punto la terapia più appropriata - osserva Tania Gendron, prima autrice della ricerca -. Abbiamo cercato di determinare se la quantità di Nfl nel sangue potesse venire usata per la prognosi dopo un ictus, sia che si tratti di un ictus ischemico, che si verifica quando il sangue che va al cervello è bloccato da un coagulo, o di un ictus emorragico, che si ha quando un vaso sanguigno debole si rompe e riempie di sangue il cervello».
I ricercatori hanno fatto un esame del sangue per misurare le concentrazioni della proteina marker nel sangue di 314 pazienti colpiti da un ictus e nel sangue di 79 persone sane. Questo ha permesso loro di vedere se il livello di Nfl nel sangue è elevato dopo un ictus. E di indagare se i diversi livelli di Nfl siano indicativi della gravità dell’ictus e dell’eventuale ripresa. Per questo gli scienziati hanno esaminato le correlazioni tra i livelli della proteina e il grado di lesione cerebrale, oltre a considerare lo stato dei malati dal punto di vista neurologico, funzionale o cognitivo al momento del prelievo di sangue. Hanno inoltre verificato se i livelli di Nfl riscontrati fossero affidabili nel prevedere la sopravvivenza e il decorso nel dopo-ictus. «Sì, abbiamo scoperto che i livelli della proteina predicono davvero la gravità dell’ictus - afferma Leonard Petrucelli, neuroscienziato della Mayo Clinic e coordinatore dello studio -. Più alti livelli fanno prevedere una peggiore ripresa funzionale e una più breve sopravvivenza. E questo vale per i due tipi di ictus. La nostra ricerca indica l’Nfl come un promettente marker prognostico per l’ictus».
Oggi si usano le tecniche di imaging per verificare l’entità del danno cerebrale. I ricercatori della Mayo Clinic si augurano che diminuiscano questi tipi di accertamento e che, intanto, venga potenziata la sperimentazione clinica su questo tema. Conclude il dottor James Meschia: «Abbiamo fiducia che la nostra scoperta cambi il modo in cui sono curati i pazienti, con una più rapida e affidabile comprensione degli effetti terapeutici. E permetta di meglio individuare le tecniche di riabilitazione più adatte a quel paziente».
LA LESIONE PICCOLA PUO’ INGANNARE
«Interessante questa ricerca», esordisce Valeria Caso, neurologa allo Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia, a Perugia e membro del consiglio direttivo della Società italiana di Neurologia. «La medicina in tutti i suoi settori è sempre alla ricerca di biomarcatori. Se questa ricerca fosse confermata, si eviterebbero o quantomeno si ridurrebbe il numero degli esami radiologici e si guadagnerebbe tempo». Continua Caso: «Ora quello che ci guida nel curare è l’estensione della lesione. Più è ampia, più è grave. Ma non è sempre così: ci può essere una lesione piccola, ma se il paziente aveva una situazione cerebrale compromessa il danno è più grave di quanto sembrerebbe. Con l’esame dell’Nfl si comprenderebbe questa situazione. Mi pare che questa scoperta sarebbe l’ideale per queste condizioni intermedie».
I dieci farmaci che hanno cambiato la medicina in 70 anni
Cloropromazina (1953) Si tratta del primo antipsicotico, sintetizzato nel 1951 e lanciato in Gran Bretagna nel 1953. Secondo gli esperti, il farmaco ha rappresentato una rivoluzione nell'assistenza alle persone affette da schizofrenia. A partire dalla cloropromazina, sono state sintetizzate le successive molecole utilizzate per il trattamento della depressione, della fase maniacale del disturbo bipolare e degli stati di agitazione
Vaccino antipolio (1955) Si tratta del primo antidoto utilizzato all'interno di un programma di vaccinazione voluto dal sistema sanitario inglese (Nhs). Le stime dicono che, soltanto in Inghilterra, sia stato in grado di prevenire diecimila decessi negli ultimi sessant'anni
Pillola anticoncezionale (1961) La contraccezione orale ha rappresentato una novità assoluta, perché per la prima volta è stato proposto a persone sane di assumere un farmaco. In questo modo si è contribuito a ridurre le gravidanze indesiderate e l'incidenza del parto pretermine e della morte fetale
Penicilline di seconda-quarta generazione (1961) Ampicillina, Amoxicillina e Flucloxacillina: queste le penicilline considerate più innovative, a poco più di trent'anni dalla messa a punto della prima (1928). L'impiego di questi farmaci ha ridotto i tassi di infezione nelle procedure chirurgiche
Betabloccanti (1965) I betabloccanti vengono utilizzati principalmente come antiaritmici, antipertensivi e antianginosi. Il primo a essere usato fu il propanololo. L'impatto, oltre che sulla salute dei pazienti, è stato significativo anche per le casse dello Stato, grazie a una notevole riduzione nel numero dei ricoveri
Beta agonisti (1969) Il salbutamolo, primo beta agonista a lunga durata, ha rivoluzionato l'approccio terapeutico all'asma e alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), malattie che fino agli anni '60 determinavano un numero di decessi ben più alto rispetto a quanto registrato in seguito
Tamoxifene (1972) Il tamoxifene è un farmaco antitumorale assunto per via orale, scoperto casualmente mentre si cercava di sintetizzare un nuovo anticoncezionale. Inizialmente venne utilizzato nei casi di tumore mammario metastatico con buoni risultati, ma s'è poi scoperto che è in grado di prevenire la ripresa della malattia (recidiva) in donne già operate per tumore al seno
Immunosoppressori (1983) Gli immunosoppressori (il primo è stato la ciclosporina) hanno rivoluzionato il campo dei trapianti d'organo, elevando i tassi di successo e riducendo i costi di ospedalizzazione. In seguito il loro utilizzo è aumentato: oggi sono impiegati per controllare anche le gravi manifestazioni allergiche e le malattie autoimmuni
Antiretrovirali (1987) La zidovudina è stato il primo farmaco messo a punto per trattare l'Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita provocata dall'Hiv. Secondo gli esperti, ha contribuito a evitare quella che avrebbe potuto essere una pandemia, riducendo sopratutto la trasmissione verticale (mamma-figlio) dell'infezione
Vaccino morbillo-parotite-rosolia (1988) Un primo vaccino per prevenire il morbillo fu reso disponibile nel 1963, quelli per la parotite e la rosolia furono resi disponibili nel 1967 e nel 1969. I tre vaccini sono stati combinati nel 1971 per diventare il vaccino morbillo-parotite-rosolia (MPR), offerto a tutti i cittadini inglesi dal 1988 a partire dall'anno di età, con una seconda dose prima di cominciare la scuola (tra i 5 e 6 anni)