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Neuroscienze

L'Alzheimer si previene (anche) con l'attività fisica

pubblicato il 20-09-2018
aggiornato il 21-09-2018

Rimanere attivi è una possibilità per difendersi dall'Alzheimer, di cui il 21 settembre si celebra la giornata mondiale. Ma l'elisir di lunga vita per il cervello ancora non c'è

L'Alzheimer si previene (anche) con l'attività fisica

Sul fronte delle terapie, non ci sono novità da segnalare. Motivo per cui, per prevenire la malattia di Alzheimer, di cui il 21 settembre si celebra la giornata mondiale, non rimane che aggrapparsi alla prevenzione, sperando che basti. Più che la dieta, che sembra poter avere comunque un ruolo protettivo, è il mantenersi attivi a proteggerci in maniera più significativa dal rischio di sviluppare la più comune forma di demenza senile. Attività intellettiva, ma soprattutto fisica, come conferma uno studio pubblicato sulle colonne di Science. La ricerca ha evidenziato (su modello animale) come l'esercizio fisico promuova la sintesi di nuovi neuroni a livello dell'ippocampo, una delle prime regioni del cervello a mostrare i segni della malattia.

«TURNOVER» DI NEURONI NELL'IPPOCAMPO

Finora la possibilità di spazzare via le placche di beta amiloide - la proteina che compare in eccesso nel cervello dei malati di Alzheimer - non s'è rivelata la strategia vincente. Per questo i ricercatori hanno deciso di percorrere un'altra strada: il «potenziamento» del tessuto nervoso, in modo da provare a garantire un turnover ai neuroni danneggiati. L'ippocampo, d'altra parte, ha una peculiarità: quella di rinnovarsi continuamente. Un processo dovuto alla presenze in loco di staminali che, se adeguatamente stimolate, possono provare a sopperire alla perdita di altre cellule. Diverse ricerche, nell'ultimo decennio, hanno evidenziato come una spinta in questo senso possa giungere dall'esercizio fisico. Ipotesi che ha trovato conferma anche nell'ultimo studio, dal momento che lo stimolo alla neurogenesi determinato dall'esercizio ha migliorato le performance cognitive dei topi, anche se soltanto in concomitanza con l'aumento di alcuni marcatori (tra cui il fattore neurotrofico cerebrale) indicativi di una crescente attività a livello sinaptico. Al contrario, poco ha potuto la sola neurogenesi indotta dall'attività fisica, che sembra avere comunque un ruolo chiave a livello preventivo. Nei topi (geneticamente modificati per sviluppare la malattia di Alzheimer) che non la praticavano, nel tempo i neuroni sono divenuti sempre più vulnerabili, rendendo la strada in discesa per il declino cognitivo.


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Le comunità «amiche» della demenza per superare lo stigma dell'Alzheimer

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ESERCIZIO FISICO E INVECCHIAMENTO CEREBRALE

Ciò che si deduce è che la promozione della neurogenesi ippocampale, abbinata a un aumento dei livelli del fattore neurotrofico cerebrale, potrebbe posticipare la comparsa della malattia o quanto meno rallentarne la progressione. Tutto ciò senza andare a considerare l'amiloide, destinata a rimanere in loco, salvo la scoperta di nuovi farmaci in grado di degradarla e di riportare i neuroni danneggiati alle condizioni di partenza (cosa che finora non è mai riuscita). Da qui le speranze riposte nei confronti dell'esercizio, considerato l'antidoto più efficace al decadimento cognitivo. Le evidenze epidemiologiche non mancano e riguardano anche l'uomo. L'ultima è giunta da uno studio pubblicato sulla rivista Neurology, che ha evidenziato come nelle donne più allenate l'insorgenza dei primi campanelli d'allarme di una demenza compaiano in media con quasi dieci anni di ritardo rispetto a quanto si riscontra in una persona sedentaria. Detto ciò, finora non è però stato possibile dimostrare quali siano i meriti da riconoscere all'attività fisica e quali quelli potenzialmente dovuti ad altri fattori: dalla genetica allo stile di vita nel suo complesso. Nessuno, in pratica, ha finora potuto dimostrare che è l'esercizio fisico il vero elisir di lunga vita per il cervello. 

COME AFFRONTARE
LA DEPRESSIONE NEGLI ANZIANI? 

COSA ACCADE IN CHI E' GIA' MALATO?

A rendere ancora provvisorie le conclusioni sono anche i risultati degli studi mirati a valutare l'impatto dell'esercizio fisico in chi ha già sviluppato la demenza. Sui modelli animali, i risultati ottenuti sono definibili incoraggianti. I topi malati che si allenano, rispetto a quelli sedentari, risultano poi più abili nello svolgimento di una serie di esercizi mirati a valutare la funzione mnemonica. Ma la stessa solidità dei dati non appartiene alle analoghe ricerche condotte sull'uomo, motivo per cui è ancora presto per considerare di avere ottenuto un primo successo nella lotta all'Alzheimer. Occorre poi considerare le differenze tra il cervello di una persona sana e quello di chi è già malato. Un conto è far sbocciare nuovi neuroni nel primo, un altro è farlo in un «ambiente di gioco ostile e già malsano», per dirla con Rudolph Tanzi, neurogeneticista alla Harvard Medical School di Boston e prima firma dello studio pubblicato su Science


Con poco sonno si «prepara» il cervello alla demenza 


UNA BATTAGLIA SU PIU' FRONTI

La sensazione, in sintesi, è che l'esercizio fisico non sia una panacea, ma un valido supporto sì: sicuramente nella prevenzione e probabilmente anche nell'assistenza a chi è già malato. Al suo ruolo ci si è finora poco interessati anche perché lo sguardo delle case farmaceutiche è rivolto in un'altra direzione. Ma più si allarga il raggio d'azione, maggiori sono le probabilità di trovare una risposta all'Alzheimer.

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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