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Neuroscienze

La marijuana «dilaga» tra gli adulti e gli anziani

pubblicato il 25-09-2018

Negli Stati Uniti, a scopo terapeutico o ricreativo, la usano quasi un adulto su 10 e un anziano su 3. Le conseguenze? Difficile stimarle. L'invito a moderare i consumi

La marijuana «dilaga» tra gli adulti e gli anziani

La marijuana? È un vizio da giovani. Sono in molti a pensarla così, ma l'opinione diffusa non è così vicina alla realtà. L'atteggiamento «soft» maturato negli ultimi anni nei confronti della cannabis sta infatti determinando un aumento dei consumi anche tra gli adulti. Dati stratificati per età, relativamente all'Italia, non ve ne sono. Ma le informazioni che arrivano dagli Stati Uniti, dove il consumo della marijuana è oggi autorizzato in 29 Paesi, confermano un trend dei consumi crescente anche tra i «baby boomers»: anziani e adulti nati dall'immediato secondo dopoguerra ai primi anni '60. Una situazione derivante tanto dall'utilizzo ricreativo quanto a scopo terapeutico, che fornisce uno spunto di riflessione: la dipendenza da quelle che spesso vengono definite droghe leggere non va ricercata soltanto tra i più giovani. 

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UNA «CANNA» SENZA ETA'

Oltreoceano, stando a quanto riportato in uno studio pubblicato sulla rivista Drug and Alcohol Dependence, il nove per cento degli adulti (50-64 anni) e il tre per cento degli anziani (over 65) ha fatto uso di cannabis nell'ultimo anno. A documentarlo il lavoro di un gruppo di ricercatori della New York University, che ha determinato i modelli di consumo della marijuana nelle persone con più di cinquant'anni. I ricercatori hanno analizzato le risposte fornite da oltre 17mila adulti coinvolti nell'indagine nazionale sull'uso delle droghe, nel 2015 e nel 2016. Oltre ai dati di prevalenza, i ricercatori hanno tratto informazioni anche circa l'età in cui i fumatori s'erano avvicinati alla marijuana. La quasi totalità degli adulti (92,9 per cento) ha dichiarato di aver fumato la prima «canna» entro i 21 anni, mentre il dato relativo agli anziani era di poco superiore al 50 per cento (poco più di uno su due fumava in pratica da oltre quarant'anni). Il che vuol dire che, con ogni probabilità, si tratta di fumatori che non hanno mai perso l'abitudine e che risultano dunque esposti da tempo ai principi attivi della cannabis.


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UNA GENERAZIONE FIGLIA DEGLI ANNI '60

Dati mai registrati prima, perché «considerando l'invecchiamento senza precedenti della popolazione statunitense, ci troviamo di fronte a un gruppo di adulti e anziani che fanno uso di cannabis a uso ricreativo come mai accaduto prima», ha spiegato Benjamin Han, ricercatore del centro per l'uso delle droghe e la ricerca sulla Hiv all'Università di New York e prima firma della pubblicazione. Gli studiosi hanno scoperto che soltanto il cinque per cento degli anziani coinvolti nello studio ritiene il consumo settimanale di marijuana un grave rischio per la salute. Questa è probabilmente una conseguenza logica, per chi è cresciuto negli anni '60. «In quell'epoca la rivoluzione controculturale rese molto popolare la marijuana, senza che nessuno si sia mai soffermato troppo sulle conseguenze negative del suo uso», hanno messo nero su bianco i ricercatori. Secondo Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze dell'Asst Santi Paolo e Carlo di Milano, «questo studio farà probabilmente aprire gli occhi a tutti, comunità scientifica e istituzioni: la cannabis non può più essere considerata soltanto un problema giovanile. Il fatto che sia vietata, almeno in Italia, porta ad associarla a un comportamento trasgressivo che appartiene maggiormente agli adolescenti e ai giovani adulti. Ma non è affatto da escludere che chi ha iniziato a fumare gli spinelli negli anni '60 e '70 continui a farlo ancora, anche se non con una cadenza regolare». 

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TROPPA CONFUSIONE ATTORNO ALLA CANNABIS

L'attualità della discussione attorno alla cannabis terapeutica, così come l'apertura di negozi che vendono cannabis light, «non fa altro che alimentare la confusione, che è ciò che desidera chi gioca sporco». Il rischio, secondo l'esperto, è quello di creare un mito «cool». Un po' come accaduto in passato con «la sigaretta al giorno che non fa male e il bicchiere di vino rosso che fa buon sangue». Con una novità, in questo caso: la grancassa del web, «che oggi ha soppiantato la tv: come una volta quello che passava dal piccolo schermo era sicuramente vero, così per molti è oggi rispetto ai messaggi che circolano in rete». L'unico vantaggio che può derivare da questa situazione è legato «all'incremento di studi scientifici con cui si cercherà di indagare le conseguenze della cannabis sulla salute, non soltanto dei ragazzi - prosegue l'esperto -. Quando se ne parla, ci si riferisce quasi esclusivamente allo sviluppo neurologico e cognitivo dei più giovani. Ma la verità è che sappiamo molto poco di quel che accade nel cervello degli adulti che fanno uso di marijuana».


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GLI ANZIANI E I TROPPI FARMACI

Non a caso, i ricercatori statunitensi si sono soffermati sulle possibili interazioni farmacologiche registrabili negli anziani, molti dei quali assumono più pillole al giorno. Questo aspetto invita alla cautela anche nella prescrizione della cannabis a uso terapeutico, «i cui effetti non sta a me discutere», precisa Gatti, «ma che comunque può interferire con altri medicinali in una maniera a noi ancora sconosciuta». Il consiglio è quello di prendere soltanto i farmaci strettamente necessari, anche perché gli effetti collaterali dovuti alle «politerapie» non sempre risultano visibili agli occhi del paziente. Gli anziani sono i soggetti più deboli della popolazione: un motivo in più per ridurre al minimo la loro esposizione alla cannabis. 
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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