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Neuroscienze

Sindrome bipolare: la diagnosi migliora con la risonanza magnetica?

pubblicato il 31-01-2019

I pazienti bipolari spesso vengono presi «soltanto» per depressi (la mania può manifestarsi dopo molto tempo). Per la diagnosi si guarda alle variazioni dell'amigdala

Sindrome bipolare: la diagnosi migliora con la risonanza magnetica?

Non è facile distinguere tra depressione e disturbo bipolare, quando questo si presenta all’osservazione del medico. Più chiara, in un certo senso, era la denominazione precedente: disturbo maniaco-depressivo. La differenza tra le due malattie sta nell’apparire a un certo punto di una fase di mania. Ma questo chiarimento può avvenire a una distanza di tempo molto variabile.

 

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TEMPI LUNGHI PER UNA DIAGNOSI CORRETTA 

Le statistiche internazionali dichiarano che il 60 per cento dei malati bipolari non riceve la diagnosi giusta, in quanto viene catalogato come affetto da depressione maggiore. In questi casi, a volte possono volerci anche dieci anni perché la malattia venga compresa. E curata correttamente, di conseguenza. E se nel cervello si potesse trovare un marcatore in grado di distinguere le due diverse malattie? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Sidney (Australia) ritiene di averlo individuato nell’amigdala, un insieme di neuroni che ha un ruolo chiave nell’elaborare le emozioni. La si può vedere «reagire» - con un uso sofisticato della risonanza magnetica - se la persona sotto indagine cambia le espressioni facciali esprimendo rabbia o paura, tristezza o gioia, disgusto o felicità.

QUALI SONO I SINTOMI DELLA DEPRESSIONE? 

I SEGNALI DELL’AMIGDALA 

Nei bipolari gli studiosi australiani hanno osservato che la parte sinistra dell’amigdala appare meno attiva e meno connessa con altre parti cerebrali rispetto ai malati di sola depressione. Questi esiti, pubblicati sulla rivista Biological Psychiatry, sono risultati concordanti con l’80 per cento delle diagnosi tradizionali. Si tratta soltanto di un inizio, a ogni modo: tant'è che gli stessi ricercatori andranno alla ricerca di ulteriori riscontri. «Certo, trovare dei marker cerebrali che distinguano con certezza depressione unipolare e bipolare porterebbe grandissimi benefici nella cura - hanno commentato -. In questo modo sarebbe possibile approntare la terapia più adeguata, dal momento che i due disturbi richiedono cure molto differenti».

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SU E GIU’ RAPIDAMENTE

Ora il gruppo si impegnerà a verificare quanto scoperto su una ben più estesa quantità di pazienti. «Ci vorranno anni di controlli per sapere se questa sia la metodologia giusta per la diagnosi differenziale tra i due disturbi dell’umore», commenta Giovanni de Girolamo, responsabile dell’unità di psichiatria epidemiologica dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia. «L’indagine è difficile perché la fase rivelatrice della mania può verificarsi anche dopo anni dalla caduta in depressione. Con una accurata anamnesi, che prenda in considerazione anche la storia familiare, si può comunque capire se il disturbo è bipolare o no. C’è poi la forma bipolare cosiddetta a cicli rapidi, in cui la successione dei due poli è rapidissima».

TERAPIE MOLTO DIVERSE 

Sbagliare la diagnosi tra depressione unipolare e bipolare rappresenta grandi cambiamenti nella terapia? «Sì, è così - prosegue De Girolamo -. Per esempio gli antidepressivi di prima generazione, come i triciclici, tuttora assai efficaci, usati nei depressi bipolari potevano, e possono, indurre quello scatto che scatena la fase maniacale. Per questo oggi si preferiscono gli antidepressivi di seconda generazione che non inducono l’innesco per la mania. Oltre al fatto che sono di una tossicità molto minore pur con alti dosaggi». Per antidepressivo di seconda generazione si intende l'insieme dei farmaci antidepressivi introdotti sul mercato a partire dagli anni '80 e non appartenenti alla classe degli «Imao» e dei triciclici classici.


Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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