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Neuroscienze

Un esame del sangue può dirci se l'antidepressivo funziona?

pubblicato il 25-06-2020

In 6 casi su 10, il primo antidepressivo non è efficace. In futuro, rilevando i valori di una proteina nel sangue, si potrà capire se la cura è quella adatta al paziente

Un esame del sangue può dirci se l'antidepressivo funziona?

Soltanto il 40 per cento delle persone che soffre di depressione, risponde al primo farmaco prescritto. Questo dato porta spesso i pazienti a rassegnarsi e a considerare la malattia come incurabile: con tutti i rischi che ne conseguono. Ma in questi casi, invece, occorre tornare dallo psichiatra per modulare la terapia. Gli antidepressivi rappresentano infatti un'ampia gamma di farmaci, che rispondono al metodo «trial and error» («prova e sbaglia»). Si compie una valutazione, si sceglie una molecola e la si testa. Non di rado, poi, si va incontro ad alcuni «aggiustamenti» dello schema terapeutico. Anche in questo ambito, però, si sta facendo largo la medicina di precisione. La prospettiva è dunque quella di poter individuare fin da subito l'antidepressivo giusto per ogni paziente. Vediamo come.


Come ridurre gli antidepressivi (senza conseguenze)

 

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SE L'ANTIDEPRESSIVO FUNZIONA, LO SI VEDE DAL SANGUE

Per individuare precocemente il farmaco più efficace per il singolo individuo, potrebbe essere utile monitorare l'andamento di una proteina nel sangue. Più i livelli di questa sono alti, maggiore è la risposta all'antidepressivo. Questo è quanto dimostrato da un gruppo di ricercatori della McGill University (Montreal), in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. Gli studiosi, coordindati da Gustavo Turecki (a capo del dipartimento di psichiatria e del gruppo di ricerca sulla depressione), hanno eseguito prelievi su oltre 400 pazienti in cura con antidepressivi. E hanno così potuto constatare che, in quelli che rispondevano bene al farmaco, i livelli ematici della proteina Gpr56 erano più elevati della norma.

PER QUANTO TEMPO BISOGNA
ASSUMERE GLI ANTIDEPRESSIVI? 

 

GPR56 POSSIBILE MARCATORE? 

I ricercatori considerano i numeri dello studio ancora esigui. Ma i risultati ottenuti sono ritenuti promettenti, al punto da considerare di estendere l'indagine a un campione più ampio: andando a confrontare anche le eventuali differenze rilevabili in risposta all'uso di più antidepressivi (nello studio sono stati osservati pazienti in trattamento con gli inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina). In caso di conferma dei risultati, si avvicinerebbe la possibilità di avere a disposizione un marcatore biologico affidabile: facile e veloce da misurare. Ma non solo. A ciò occorre aggiungere che la proteina Gpr56 potrebbe essere direttamente coinvolta nello sviluppo della depressione. Il gene che la sintetizza si trova infatti nei neuroni della corteccia prefrontale, un’area dove vengono regolate le emozioni e i processi cognitivi. L'ipotesi nasce sempre dallo stesso studio, in cui (sui topi) il «silenziamento» del gene di Gpr56 ha portato gli animali ad avere stati d'animo e comportamenti assimilabili alla depressione. Iniettando la proteina nel sangue dei topi, invece, l'umore è tornato alla normalità. Da qui l'ipotesi di un ruolo di Gpr56 nei meccanismi di insorgenza della malattia, che oggi colpisce 250 milioni di persone nel mondo e risulta tra le più invalidanti. 

I giochi su internet possono «spingere» a pensare al suicidio


GPR56: UN LEGAME ANCHE CON I SUICIDI?

«Nei topi, la riduzione dell'espressione di Gpr56 è accompagnata da un comportamento simile alla depressione, che può essere annullato ricorrendo al trattamento con un antidepressivo - commenta Andrea Fagiolini, direttore della clinica psichiatrica del policlinico Santa Maria alle Scotte e ordinario di psichiatria all’Università di Siena -. Inoltre, l’abbattimento della funzionalità di Gpr56 è associato a comportamenti depressivi, disfunzioni esecutive e scarsa risposta ai trattamenti. Sembra dunque che la proteina Gpr56 giochi un ruolo chiave nella depressione». Si è anche visto, con l’autopsia, che la concentrazione della proteina Gpr56 è ridotta negli individui depressi che si tolgono la vita.  

 

UN ANTIBIOGRAMMA IN PSICHIATRIA?

Sul possibile nuovo biomarker, Fagiolini osserva: «Equivarrebbe ad avere qualcosa simile a un antibiogramma anche in psichiatria. Per i pazienti, è molto penoso dover aspettare la risposta agli antidepressivi ed è ancora più faticoso restare a lungo nell’incertezza, senza sapere se la medicina che assumono funzionerà o meno. Tutto questo può essere frustrante anche per lo psichiatra». L’antibiogramma citato come esempio è un esame in vitro che permette di valutare se un microrganismo è sensibile a un antibiotico. «L’identificazione e studio di biomarker come la proteina Gpr56 - conclude Fagiolini - potrebbe permettere una migliore capacità di previsione del funzionamento di specifici antidepressivi e una migliore possibilità di non esporre il paziente a lunghi periodi di assunzione di farmaci poco efficaci».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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