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Oncologia

Donne e tumore: riprendersi il proprio spazio grazie all'attività fisica

pubblicato il 27-10-2017
aggiornato il 01-03-2018

Nel quarto appuntamento con «Donne e tumore: com'è cambiata la tua vita» parliamo di attività fisica. Perché lo sport non è solo prevenzione. Durante e dopo un tumore può essere utile sia al corpo sia alla mente

Donne e tumore: riprendersi il proprio spazio grazie all'attività fisica

Che l'attività fisica sia fondamentale nella prevenzione di alcune forme tumorali è cosa nota. Ciò che invece risulta meno evidente è il beneficio del fare sport durante e dopo le terapie. L'attività fisica è infatti un vero toccasana sia per il corpo che per la mente. Se da un lato contribuisce a migliorare lo stato di benessere in chi sta affrontando la malattia -contribuendo ad abbassare il rischio di recidive- dall'altro è un potente mezzo per il benessere psicologico. Su quest'ultimo punto le testimonianze che ci avete inviato nel quarto appuntamento di «Donne e tumore: com’è cambiata la tua vita?» lasciano poco spazio alle interpretazioni. Ecco quello che ci avete raccontato.

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LO SPORT DIMINUISCE IL RISCHIO DI RECIDIVA

L'attività fisica durante e dopo la diagnosi di tumore non solo è possibile ma è anche necessario. «Fare movimento - spiega Daniela Lucini, responsabile dell’unità di medicina dell’esercizio e patologie funzionali dell’Istituto Clinico H­­­­umanitas di Rozzano (Milano) - è di fondamentale importanza per svariate ragioni. In linea generale l'attività fisica, che non significa necessariamente praticare un'attività sportiva, può essere considerata un vero e proprio farmaco». Le evidenze a riguardo non mancano: diversi studi, ad esempio, dimostrano che lo sport aiuta a mitigare gli effetti collaterali delle terapie come astenia, nausea e dolore. Non solo, se il beneficio è già immediato lo è ancor di più sul lungo periodo: in una meta-analisi pubblicata nel 2014 su Annals of Oncology si mostra che nelle donne colpite da tumore al seno l'esercizio regolare riduce il rischio di recidiva di ben il 50% per quanto riguarda i tumori ormono-dipendenti.

AD OGNUNO LA SUA ATTIVITA' FISICA

Ciò che è di fondamentale importanza però è la meta che si vuole raggiungere. La scelta di quale attività svolgere è dettata infatti da cosa si vuole ottenere. «Se l'obiettivo è quello di migliorare la prognosi della malattia e ridurre il rischio metastasi, l'attività fisica da preferire è quella di tipo aerobico. Questa attività è la più indicata in quanto il movimento aiuta a modulare il sistema ormonale ed immunitario da cui dipende, a sua volta, la modulazione della malattia oncologica. Il beneficio non solo è in acuto, come ad esempio durante la chemio e radioterapia, ma anche sul lungo periodo. Quando invece l'obiettivo è il miglioramento della mobilità, come nel caso del linfedema causato dalle terapie o dalla malattia stessa, allora si procede con un'attività di stretching», spiega la Lucini. Attenzione però al fai da te: proprio perché considerato un vero e proprio farmaco l'attività fisica deve essere dosata e personalizzata. Ecco perché oggi più che mai sono necessari ospedali in grado di avere un team integrato di professionisti che guardino alla malattia non solo sotto l'aspetto puramente farmacologico e chirurgico.

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LO SPORT COME MODO PER RIAPPROPRIARSI DEL TEMPO

Ma se l'attività fisica rappresenta il mezzo ideale per migliorare lo stato di salute del corpo, lo è altrettanto per quanto riguarda il benessere psichico. «Per una donna che sta attraversando o ha attraversato la malattia fare sport innanzitutto significa riappropriarsi del proprio tempo e spazio. Quando si ha un tumore la vita cambia e la mente è monopolizzata dalla malattia. Poter prendersi cura di sé attraverso lo sport è fondamentale dunque per cambiare quel processo di non accettazione della malattia», spiega Ketti Mazzocco, psiconcologa all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Emblematiche in tal senso sono le parole di Chiara: «Sono sempre stata una sportiva e non ho mai smesso neanche sotto chemioterapia; ogni giorno (tranne il giorno di terapia) camminavo per 2/3 chilometri sul tapis roulant, è stata la mia salvezza , soprattutto mentale. Ora corro ogni giorno, frequento un corso di acqua gym due volte la settimana e mi sono iscritta a danza classica. Mi fa stare bene,perché mentre mi alleno sono felice!».

Molto simile anche la testimonianza di Cristiana: «Operata a fine giugno 2016, inizio chemio il 24 agosto 2016 (poi radioterapia e tuttora terapia biologica e terapia ormonale). A fine settembre inizio con il judo, fino ad oggi non ho mai mancato ad un allenamento. Esser sempre presente sul tatami, per me, è stata la miglior terapia».

Ed ancora Cristina: «Operata nel 2003 ho intensificato le mie ore di yoga e cammino meditativo. La mia vita è cambiata. La mia consapevolezza ed il vivere qui ed ora sono diventati la costante della mia giornata. Apprezzo ogni evento ogni cambiamento, ho tanti amici e devo dire che tutto è cambiato in meglio dopo l'operazione. Ora sono forte».

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LO SPORT PREPARA LA MENTE

Ma fare sport non è solo utile per il benessere psichico dopo le terapie. Altrettanto importante è il momento delle cure. «Nella nostra esperienza ci siamo accorte che l'attività fisica è cruciale per la buona riuscita del lavoro psicologico. Come detto in precedenza dopo la diagnosi spesso accade la non accettazione della malattia. Per lavorare su questo aspetto ci siamo accorte che lo sport può essere il modo per liberare la mente in vista del lavoro psicologico. E' come se l'attività fisica togliesse quello scudo che non permette alle donne di essere loro stesse di fronte alla malattia», conclude Mazzocco.

 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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