Chiudi
Oncologia

La fatigue da cancro si combatte così

pubblicato il 10-08-2020

Stilate le linee guida europee per riconoscere e trattare la fatigue da cancro. Tutti i pazienti dovrebbero avere screening e supporto. Le cure che funzionano

La fatigue da cancro si combatte così

È il sintomo che ogni persona alle prese con un tumore ha sperimentato, prima o poi, durante il percorso della malattia: è la fatigue, quella spossatezza estrema, a volte tale da rendere impossibili le azioni quotidiane, senza altre ragioni se non la patologia e le cure. Ora gli oncologi europei (ESMO, European Society of Medical Oncology) hanno pubblicato delle linee guida dopo una revisione delle evidenze scientifiche più importanti al riguardo.

 

IL DOCUMENTO

Le linee guida aggiornate sono l’importante, atteso risultato del lavoro di un panel internazionale di esperti, con un contributo forte degli ospedali italiani. Primo autore è Alessandra Fabi, responsabile dell’Unità di fase 1 e Medicina di Precisione dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e poi Sonia Fatigoni e Fausto Roila, Divisione di Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, Carla Ripamonti e Mauro Guglielmo, SSD Cure di Supporto al Paziente Oncologico della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il testo, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology, vuole essere una guida per gli operatori sanitari, utile ad aiutare i pazienti oncologici prendendosi cura della persona con un cancro - e non solo della malattia - a partire da un corretto riconoscimento della fatigue fino alle opzioni di intervento più efficaci.

 


LA FATIGUE: COS’È E COME SI RICONOSCE

La fatigue da cancro è il sintomo più comune per i pazienti oncologici di ogni età e con ogni tipologia di diagnosi. Si definisce così la sensazione di estrema stanchezza fisica, emotiva e cognitiva, non proporzionata rispetto all’attività svolta, così spossante da interferire con lo svolgimento della vita di ogni giorno. Spesso, riposare o dormire non allevia il malessere. Si calcola che a sperimentare la fatigue sia il 65 per cento dei malati oncologici, in due casi su tre in forma severa e per almeno sei mesi. Per alcuni – uno su tre – la stanchezza non se ne va e persiste anche per anni dopo la fine delle cure. Può colpire persone in trattamento o sin dalla diagnosi, anche se le percentuali più alte di pazienti che ne soffrono (80-90 per cento) si contano fra i malati in chemioterapia, da sola o in abbinamento con la radioterapia. Non solo peggiora la qualità della vita, ma impatta negativamente anche sull'aderenza alle terapie e sullo stato psico-fisico generale.

 

I SINTOMI

Come si arriva a diagnosticare la sindrome da fatigue da cancro? Anche se mancano veri e propri algoritmi condivisi, gli oncologi concordano su alcuni criteri per definirla: esaurimento delle energie, bisogno di riposare che non si spiega con un aumento dell’attività svolta, problemi emotivi e cognitivi. Il tutto, per un periodo di tempo prolungato e con un impatto importante sulla qualità della vita sociale e lavorativa.

 


LO SCREENING

Un punto fondamentale sollevato dagli autori delle linee guida è che la presenza di fatigue da cancro va cercata attivamente con uno screening mirato. Vale a dire che non si dovrebbe aspettare che il paziente cerchi aiuto perché non sta bene, è sempre spossato e non capisce il perché. Al contrario, è importante che personale specializzato verifichi con regolarità lo stato di affaticamento durante e dopo i trattamenti, valutando con attenzione anche i possibili fattori che potrebbero contribuire al malessere, come dolore fisico e psicologico, anemia, effetti dei farmaci, depressione, malnutrizione, problemi renali, cardiaci o polmonari, disfunzioni della tiroide.

Lo sport è un'«arma» in più per vincere la partita contro il cancro

Lo sport è un'«arma» in più per vincere la partita contro il cancro

24-10-2018
LE TERAPIE

La fatigue si può curare? L’intervento più efficace per l’affaticamento cronico nei malati di tumore è il movimento, che ha dimostrato di migliorare la stanchezza, la forza fisica e muscolare, la capacità aerobica e può ridurre sensibilmente lo stato infiammatorio, oltre a ridurre gli effetti collaterali delle terapie. L’esercizio fisico è la “medicina” che più di altre ha mostrato di aiutare le persone a migliorare la qualità di vita. In generale, si consigliano almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica (camminata a circa 5 km/h), cyclette o esercizi a casa, oppure, quando non si riesce, esercizi di rafforzamento e di flessibilità. Muoversi aiuta inoltre a contrastare la perdita di massa muscolare e l’indebolimento che sperimenta chi, per la malattia, affronta un periodo di scarsa mobilità. Aiuta a ridurre il rischio di cadute, migliorare l’equilibrio, fare le scale, portare la borsa della spesa, giocare con un nipotino, passeggiare con un amico: non stupisce che sia un valido modo per recuperare anche autostima e buon umore.

 

FARMACI E INTEGRATORI

Mancano risposte chiare, invece, dall’uso di integratori e prodotti nutraceutici (guaranà, ginseng, astragalo, vischio, carnitina) e da farmaci di vario tipo, dagli psicostimolanti agli antidepressivi; buoni risultati ma effetti collaterali da controllare per i corticosteroidi (desametasone e metilprednisolone), che le linee guida consigliano per periodi di tempo limitati in pazienti con tumore metastatico.

 

INTERVENTI PSICOSOCIALI

Importante, secondo gli oncologi, che il paziente sia messo in condizioni di difendersi dalla fatigue e sia preparato. Ecco perché si raccomandano colloqui informativi e educativi, per spiegare cos’è l’affaticamento cronico da cancro e come si può prevenire. Inoltre, interventi sul benessere mentale e sulla capacità di gestione delle emozioni, come le terapie cognitive comportamentali, le tecniche di mindfulness, lo yoga, hanno dimostrato di aiutare a ridurre lo stress, la fatigue e la paura, migliorare il sonno, l’umore e la qualità generale della vita dei malati.

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il Magazine della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (BUR Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza

Torna a inizio pagina