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Oncologia

La fatigue da cancro si combatte così

Stilate le linee guida europee per riconoscere e trattare la fatigue da cancro. Tutti i pazienti dovrebbero avere screening e supporto. Le cure che funzionano

È il sintomo che ogni persona alle prese con un tumore ha sperimentato, prima o poi, durante il percorso della malattia: è la fatigue, quella spossatezza estrema, a volte tale da rendere impossibili le azioni quotidiane, senza altre ragioni se non la patologia e le cure. Ora gli oncologi europei (ESMO, European Society of Medical Oncology) hanno pubblicato delle linee guida dopo una revisione delle evidenze scientifiche più importanti al riguardo.

IL DOCUMENTO

Le linee guida aggiornate sono l’importante, atteso risultato del lavoro di un panel internazionale di esperti, con un contributo forte degli ospedali italiani. Primo autore è Alessandra Fabi, responsabile dell’Unità di fase 1 e Medicina di Precisione dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, e poi Sonia Fatigoni e Fausto Roila, Divisione di Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, Carla Ripamonti e Mauro Guglielmo, SSD Cure di Supporto al Paziente Oncologico della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il testo, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology, vuole essere una guida per gli operatori sanitari, utile ad aiutare i pazienti oncologici prendendosi cura della persona con un cancro - e non solo della malattia - a partire da un corretto riconoscimento della fatigue fino alle opzioni di intervento più efficaci.

LA FATIGUE: COS’È E COME SI RICONOSCE

La fatigue da cancro è il sintomo più comune per i pazienti oncologici di ogni età e con ogni tipologia di diagnosi. Si definisce così la sensazione di estrema stanchezza fisica, emotiva e cognitiva, non proporzionata rispetto all’attività svolta, così spossante da interferire con lo svolgimento della vita di ogni giorno. Spesso, riposare o dormire non allevia il malessere. Si calcola che a sperimentare la fatigue sia il 65 per cento dei malati oncologici, in due casi su tre in forma severa e per almeno sei mesi. Per alcuni – uno su tre – la stanchezza non se ne va e persiste anche per anni dopo la fine delle cure. Può colpire persone in trattamento o sin dalla diagnosi, anche se le percentuali più alte di pazienti che ne soffrono (80-90 per cento) si contano fra i malati in chemioterapia, da sola o in abbinamento con la radioterapia. Non solo peggiora la qualità della vita, ma impatta negativamente anche sull'aderenza alle terapie e sullo stato psico-fisico generale.

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