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Oncologia

La gravidanza non aumenta il rischio di recidiva per il tumore al seno

pubblicato il 05-06-2017
aggiornato il 25-07-2017

Gravidanza dopo un tumore al seno: diventare mamma non aumenta le probabilità che la malattia si ripresenti. Lo afferma uno studio presentato all'ASCO e condotto su oltre 1200 donne

La gravidanza non aumenta il rischio di recidiva per il tumore al seno

Diventare mamma dopo un tumore al seno non solo è possibile ma non aumenta le probabilità che la malattia possa ripresentarsi. E' questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge da un ampio studio presentato in questi giorni al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago, il più importante convegno mondiale dedicato all’oncologia. Ma c'è di più: mentre nelle donne con tumore ER-positivo non si registra un aumento di recidiva e di mortalità, in quelle con tumore ER-negativo la gravidanza sembrerebbe essere addirittura un fattore protettivo.

 

SOLO IL 10% AFFRONTA UNA GRAVIDANZA

Anche se il tumore al seno colpisce prevalentemente a partire dai 50 anni, una buona quota delle diagnosi arriva quando le donne sono ancora in età fertile. Secondo un recente studio circa la metà di queste vorrebbe avere un figlio dopo aver superato con successo la malattia. Ma di questa metà purtroppo solo il 10% arriva a concepire un figlio. Una percentuale molto bassa dovuta, tra le altre cose, alla paura che la malattia possa ritornare.  

 

IL RISCHIO DI RISVEGLIARE IL TUMORE 

Uno degli argomenti principali che portano alla decisione di non avere figli dopo un tumore al seno è quello della sensibilità ormonale. Nelle donne con cancro ER-positivo, ovvero quella forma tumorale in cui il cancro cresce sotto la spinta della presenza di estrogeni, la paura è che un'eventuale gravidanza -proprio per un cambiamento ormonale- possa "risvegliare" eventuali cellule cancerose rimaste e portare ad una recidiva.

TUMORE AL SENO: GRAVIDANZA E ALLATTAMENTO SONO FATTORI PROTETTIVI?

 

 

TERAPIA ADIUVANTE DA SOSPENDERE IN GRAVIDANZA

Non solo, per evitare il fenomeno della recidiva le donne con tumore ER-positivo spesso dopo l'operazione di rimozione della massa si vedono costrette a seguire una terapia adiuvante per un periodo che può arrivare sino ai 10 anni. Terapie che nel caso di una gravidanza programmata è necessario sospendere. Una paura lecita che non troverebbe però conferma.

 

IL RISCHIO RECIDIVA NON AUMENTA CON LA GRAVIDANZA

Nello studio realizzato da Matteo Lambertini, ricercatore italiano dell'Institut Jules Bordet di Bruxelles, è emerso che a 10 anni dalla diagnosi -indipendentemente dalla tipologia tumorale (ER-positivo o negativo) la sopravvivenza libera da malattia è la stessa sia in chi ha avuto una gravidanza sia in chi non l'ha avuta. Un risultato importante frutto dell'osservazione su lungo periodo di oltre 1.200 donne.

 

NEI TUMORI ER-NEGATIVI LA GRAVIDANZA E' UN FATTORE PROTETTIVO

Il dato veramente inaspettato riguarda le donne ER-negative. In questo caso la gravidanza è risultata un fattore protettivo. Nello studio emerge infatti che in caso di gravidanza le probabilità di recidiva sono inferiori del 42% rispetto alle ER-negative che non hanno avuto gravidanze.

 

VALUTARE IL RISCHIO CASO PER CASO 

Ma cosa fare allora in caso di terapia ormonale in corso? Quando sospenderla per poter procedere ad una gravidanza? «Lo studio -spiega l'autore- ha fornito le basi scientifiche per andare a vedere cosa succede se la terapia viene interrotta dopo due anni. Per adesso, in attesa di risultati specifici, prima di prendere una decisione le pazienti e i medici devono considerare il rischio specifico di ogni donna».

 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito di Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano – con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi- ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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