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Oncologia

Leucemie pediatriche: l’importanza del giusto donatore

pubblicato il 26-02-2018
aggiornato il 28-02-2018

Claudia Alicata punta a migliorare la selezione dei donatori di cellule staminali per accrescere le guarigioni dalle leucemie pediatriche

Leucemie pediatriche: l’importanza del giusto donatore

Le leucemie pediatriche sono tumori del sangue e rappresentano la forma di cancro infantile più diffusa. Per le leucemie ad alto rischio l’unica terapia salvavita è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore: la scelta del donatore giusto è quindi il primo passo verso la cura del paziente. Le cellule staminali emopoietiche infuse nel paziente danno origine a tutte le cellule del sangue, comprese quelle del sistema immunitario: queste possono a loro volta contribuire a combattere la malattia. Affinché alcune specifiche cellule immunitarie derivate dal trapianto siano in grado di esercitare la loro azione contro le cellule leucemiche, è necessario che le cellule del donatore possiedano una precisa combinazione di 15 geni che codificano per proteine chiamate KIR, coinvolte nella risposta immune.

Attualmente l’analisi dei KIR si esegue valutando solo la loro presenza o assenza. Ciascuno di questi geni però esiste in numerose varianti, chiamate alleli, che determinano i livelli e la funzionalità della proteina: pur essendoci il gene, quindi, la proteina può essere troppo scarsa o non funzionante. La biologa Claudia Alicata, un dottorato conseguito all’Università di Genova, si è aggiudicata una delle borse di ricerca offerte da Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Gold for Kids per verificare, presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, se analizzare gli alleli dei donatori possa migliorare l’efficacia del trapianto. 
 

Claudia, parlaci un po’ meglio del tuo progetto.

«Un trapianto di successo consente il ripristino della formazione delle cellule del sangue nel bambino e l’eliminazione della leucemia da parte delle cellule del sistema immunitario del donatore. Per la buona riuscita di questa procedura la presenza nel donatore di una precisa combinazione di geni KIR è fondamentale. Purtroppo, a causa della complessità della regione genomica in cui risiedono questi geni, l’analisi genetica ad oggi valuta solo se ci sono o meno: tuttavia alcune varianti di questi geni producono proteine che funzionano meno, o non funzionano affatto. Lo scopo del mio progetto è utilizzare un metodo innovativo di sequenziamento del Dna per analizzare le varianti dei geni KIR nei donatori di pazienti trapiantati cinque anni fa. Suddividerò i donatori secondo l’esito del trapianto e il decorso clinico del paziente durante questi cinque anni, poi cercherò le differenze nelle varianti dei geni tra i donatori di pazienti il cui trapianto ha avuto buon esito e quelli di pazienti che hanno subìto ricadute leucemiche. Il mio scopo è identificare le ragioni per cui alcuni trapianti non hanno avuto successo».

 

In che modo questo aiuterebbe a migliorare la selezione del donatore?

«Se nelle varianti alleliche dei geni KIR identificherò una delle cause dei trapianti che non hanno successo, si potrebbe pensare di introdurre l’analisi degli alleli di questi geni durante il processo di selezione del donatore, effettuando, per ciascun paziente, una scelta molto più accurata e personalizzata».

 

Claudia, tu hai fatto ricerca anche all’estero: com'è stata l'esperienza?

«Durante l’ultimo anno di dottorato sono stata in California, all’Università di Stanford, e successivamente mi sono spostata all’Università di Cambridge in Inghilterra. Credo che almeno un’esperienza in un laboratorio straniero sia fondamentale nella carriera di uno scienziato. Permette di confrontarsi con realtà differenti dalla nostra, insegna ad adattarsi al cambiamento e getta le basi per collaborazioni future».

 

A te cosa ha lasciato questa esperienza?

«È stato un momento fondamentale per la mia crescita. Ho imparato a non aver paura di pensare in grande e fuori dagli schemi, ad affrontare la responsabilità di un progetto con spirito critico ma sempre positivo. Ho capito cos’è la sana e dura competizione, ma anche che la collaborazione è il punto di forza di un laboratorio. Un’occasione splendida che mi ha regalato tante belle amicizie, e che però mi ha anche permesso di vedere i limiti di realtà che dall’Italia immaginavo perfette».

 

C’è una figura che ti ha particolarmente ispirato nella tua vita personale e professionale?

«Mia madre. Lei è una stimata professionista, una moglie premurosa e una madre esemplare. Da lei ho imparato ad argomentare con fermezza le mie opinioni, a motivare in modo diretto e conciso le mie richieste, ad oppormi con ragionata insistenza e a lasciare andare, quando utile alla causa. Ma sono molte le cose che deve ancora insegnarmi…».

 

Hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«Passo molte ore in laboratorio, per cui cerco di trascorrere la maggior parte del mio tempo libero con mio marito, i miei amici e, quando possibile, con la mia famiglia che vive in Sicilia. Alla fine della giornata la loro felicità è il risultato migliore che io possa ottenere! Per il resto sono appassionata di letteratura, cinema, viaggi; amo organizzare cene e cucinare».

 

Un ricordo a te caro di quando eri piccola?

«Mio padre quando mi insegnava a fare le cose: andare in bicicletta, nuotare, sciare... Mi spiegava velocemente come fare e poi mi lanciava. Io arrancavo, cadevo, piangevo, ma in qualche modo mi rimettevo in piedi. Lui mi consolava un po’ e poi mi lanciava di nuovo. Ha sempre funzionato!».

 

Se potessi scegliere chiunque, c’è una persona che ti piacerebbe incontrare?

«Mi piacerebbe conoscere il mio nonno paterno, mancato prima che io nascessi. Me ne hanno parlato come di un grande uomo, uno giusto. Gli chiederei di raccontarmi qualche storia, di parlarmi di sé».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare.

«Le bugie. Trovo che mentire sia un inutile spreco di tempo ed energia. La verità viene sempre fuori prima o poi».

 

La cosa di cui hai più paura.

«Sono terrorizzata dalle armi da fuoco. Credo di non riuscire a capire un oggetto creato con il preciso e unico intento di uccidere, e quello che non capisco mi fa paura. Quando vivevo negli Stati Uniti chiunque in casa aveva un’arma e questo non mi faceva sentire affatto sicura».

 

Una “pazzia” che hai fatto.

«Ero su un aereo bloccato a Londra da ore e la compagnia ci annunciava che forse quella sera non saremmo riusciti a partire. Il mio matrimonio sarebbe stato di lì a poco, così mi sono alzata, sono andata verso la cabina di pilotaggio e ho supplicato prima le hostess, poi il secondo pilota e infine il comandante, di farmi scendere per prendere un altro volo. Fortunatamente è andata bene: sono atterrata in tempo, con gli auguri dei passeggeri e dell’intero equipaggio, e mi sono sposata».

 

Se un giorno un tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare ricerca, come reagiresti?

«Ne sarei molto orgogliosa. Gli consiglierei di pensare senza limiti, di operare sempre per il bene comune. Se fosse mia figlia a dirmi che vuole fare la scienziata ne sarei ancora più felice: per una donna è tuttora più difficile e ne ammirerei il coraggio».

 

 

Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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