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Oncologia
Paola Scaccabarozzi

Ricostruzione mammaria: quando l'intervento "slitta" causa Covid-19

pubblicato il 27-01-2022

A causa della pandemia succede che la ricostruzione mammaria dopo un tumore al seno venga rimandata. Il racconto delle pazienti

Ricostruzione mammaria: quando l'intervento "slitta" causa Covid-19

Covid-19, com'è noto, sta determinato ritardi nell'esecuzione degli interventi chirurgici, eccezion fatta per quelli urgenti. Grazie alla vaccinazione si è limitato il più possibile l'accesso alle terapie intensive e agli ospedali per non saturnali e permettere così lo svolgimento delle attività ambulatoriali, cliniche e chirurgiche. Come facilmente immaginabile, a fare le spese di una situazione, a tratti molto complessa, soprattutto in concomitanza con le fasi più acute della pandemia, sono stati gli interventi cosiddetti "rimandabili", ossia non salvavita. È questo il caso delle ricostruzioni mammarie post intervento oncologico.

"SOLO" ESTETICA? LA VOCE DELLE PAZIENTI

Ma se una ricostruzione al seno rimandata non mette certo a repentaglio la vita, è indubbio che la donna risenta moltissimo di una menomazione fisica che viene protratta nel tempo, dopo aver vissuto il trauma della diagnosi e le fatiche dall’intervento e delle cure. Quindi il desiderio è quello di dar voce alle malate oncologiche che, pur comprendendo la situazione, invocano un po’ di visibilità e attenzione.

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PAOLA, 50 ANNI

Ecco il racconto di Paola Elettra Dorenti, 50 anni, avvocato. «Il mio intervento di ricostruzione al seno era stato programmato per il 2019. La mia storia oncologica è iniziata nel 2018. Sono stata operata la prima volta a luglio di quell’anno con un intervento di quadrantectomia. A settembre poi sono stata sottoposta a un ulteriore intervento di mastectomia più svuotamento del cavo ascellare. A novembre sono cominciare le cure: la chemio, a seguire la radioterapia e successivamente la terapia ormonale per indurre una menopausa forzata. E poi era stata appunto prevista la rimozione dell’espansore per l’introduzione della protesi definitiva. Per questo tipo di intervento, i tempi di attesa normalmente si aggirano intorno ai sei-dodici mesi. Il mio turno è arrivato così in piena epoca Covid. Si sono susseguite, come ben sappiamo ondate di contagi e conseguenti chiusure di reparti ospedalieri. L’ovvia priorità assoluta erano, comprensibilmente, agli interventi salvavita. Il tempo è passato e il mio ricovero era finalmente stato previsto per l’8 di ottobre del 2020. Peccato però che il mio ricovero sia sfumato. La sala operatoria era infatti risultata non disponibile a causa della necessità di un’operazione molto urgente per un ferito grave e la contemporanea impossibilità di accedere ad altre sale chirurgiche (situazione determinata ancora una volta dalla pandemia). Poi il 10 gennaio di quest’anno l’ennesimo tentativo, andato ancora una volta a vuoto. Sintesi di quella giornata: eparina ore 20. Digiuno dalla mezzanotte e niente liquidi dalle ore 6.00. Accettazione il giorno successivo alle 7.00 se e solo se: 1) il bed manager riesce a recuperare un posto in un qualsiasi reparto con camera da quattro, probabilmente mista uomo/donna, sempre che non ci siano urgenze Covid; 2) la sala operatoria è disponibile. Peccato che l’11 gennaio la direzione sanitaria abbia decretato la chiusura dei ricoveri programmati. Detto ciò, ho stima e riconoscenza nei confronti dell’equipe plastica dell'ospedale (il San Gerardo di Monza) e so che non dipende affatto dalla cattiva volontà dell’ospedale, ma dalla drammatica situazione contingente, anche per le persone non vaccinate, ancora troppo numerose, che affollano i reparti e rendono così difficile il funzionamento dell’intera attività ospedaliera».

O.P., 50 ANNI, IMPIEGATA

 «La diagnosi di tumore al seno è arrivata per me lo scorso giugno. Un nodulo riscontrato facendo la doccia che, con eco, aspirato e biopsia alla mano non lasciava alcun dubbio. Quindi l’intervento di mastectomia a settembre e l’impossiblità di ricostruzione immediata a causa della mia eccessiva magrezza che rendeva l’introduzione di una protesi definitiva contestuale all’intervento un’operazione pressoché impossibile. Dunque l’espansore, la cicatrice e la menomazione con cui sto facendo i conti da mesi. Ma ciò che mi preoccupa sono le prospettive future. I tempi di attesa per il mio intervento ricostruttivo, complice ovviamente il Covid, si aggirano intorno ai due anni, mi hanno detto. Due lunghissimi anni che, persino per una leonessa come me, disposta a combattere a oltranza e contenta di aver portato a casa la pelle, sono moltissimi. Quando potrò ritornare a vivere? Ogni mattina mi guardo allo specchio e la menomazione è un pugno allo stomaco. Il mio grido è quello di tantissime donne come me: non ci lasciate mutilate, così a lungo! Pur comprendendo la difficoltà del momento e con tutta la gratitudine nei confronti della splendida Breast Unit dell’ospedale di Belcolle di Viterbo, sono disposta a fare qualunque cosa pur di non essere abbandonata in un limbo interminabile e psicologicamente molto faticoso».

IL CHIRURGO: DIFFERENZIARE DOVE POSSIBILE

 «La situazione è effettivamente complicata e i ritardi esistono, soprattutto quando gli ospedali sono in sofferenza, prevalentemente a causa dell’afflusso di numerosi pazienti non vaccinati» spiega Marco Klinger, Responsabile dell'Unità Operativa Chirurgia plastica, Ricostruttiva ed Estetica presso l'Istituto Clinico Hujmanitas di Rozzano (MI).  «Nell'ospedale dove lavoro, nello specifico, i ritardi non sono così consistenti perché abbiamo potuto adottare una strategia a mio avviso vincente, ossia affrontare in day hospital le situazioni meno complesse. Ciò aiuta a non saturare gli ospedali con l’utilizzo di letti che rimangono liberi per degenze veramente indispensabili. La strategia è quella di consigliare alla donna, sottoposta alla ricostruzione in giornata, di dormire a Milano, in modo tale da intervenire con solerzia in caso di necessità. Perché ciò avvenga è indispensabile che gli anestesisti svolgano un lavoro attentissimo, idem i chirurghi plastici. Ciò determina quindi un ulteriore vantaggio: un'attenzione ancora più rigorosa (partendo dall’ovvio pre-supposto che lo sia sempre e comunque) e, soprattutto, una percezione psicologica tranquillizzante da parte della paziente stessa. Un intervento che svolge in giornata mette meno ansia. Ovviamente, di fronte a operazioni più complesse, a donne che sono state sottoposte a radioterapia e a casistiche che richiedono giorni di osservazione e ricovero, questa possibilità non è applicabile».

L'ATS DI MONZA: SIAMO IN FASE DI RIPROGRAMMAZIONE

«Allo stato attuale risultano qualche decina di pazienti in lista di attesa per trattamento secondario definitivo di ricostruzione post-mastectomia, il cui intervento è stato purtroppo differito a causa della recrudescenza pandemica, che ha determinato la necessità anche in quest’ultima ondata di rimodulare le sedute operatorie elettive in funzione delle risorse e dei posti letto disponibili, nell’ottica di continuare a garantire la presa in carico chirurgica dei pazienti oncologici e delle altre urgenze in classe di priorità A. Questi interventi, non urgenti, sono in fase di riprogrammazione, tenuto conto comunque dell’andamento della pandemia e considerando che il miglioramento della situazione emergenziale consentirà un ulteriore incremento dell’attività chirurgica, in attuazione degli obiettivi regionali sul recupero delle liste di attesa per l’anno 2022 e in continuità con quanto già attuato nel secondo semestre dello scorso anno nell’ambito del piano di ripresa dell’attività chirurgica».

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Paola Scaccabarozzi
Paola Scaccabarozzi

Giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano, con specializzazione all'Università Cattolica in Materie Umanistiche, ha seguito corsi di giornalismo medico scientifico e giornalismo di inchiesta accreditati dall'Ordine Giornalisti della Lombardia. Ha scritto: Quando un figlio si ammala e, con Claudio Mencacci, Viaggio nella depressione, editi da Franco Angeli. Collabora con diverse testate nazionali ed estere.   


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