Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora
Oncologia

Rischio tumori sottovalutato dopo un trapianto d’organo

pubblicato il 13-06-2017
aggiornato il 27-11-2017

I pazienti sottoposti a trapianto d’organo aderiscono poco agli screening oncologici. Ma l’immunodepressione può ridurre le difese contro i tumori di origine infettiva

Rischio tumori sottovalutato dopo un trapianto d’organo

Un organo nuovo di zecca ha salvato loro la vita. Ma di pari passo al progresso scientifico, per le persone che hanno ricevuto un trapianto d’organo sta crescendo il rischio di ammalarsi di tumore. Gli ultimi a riportare questo scenario sono stati dei chirurghi canadesi. Dal lavoro, pubblicato sull’American Journal of Transplantation, emerge come le persone che si sono sottoposte a un trapianto aderiscono meno agli screening per la diagnosi precoce dei tumori, sebbene le linee guida non li considerino una categoria a parte, rispetto al resto della popolazione. Di conseguenza hanno maggiori probabilità di ammalarsi e morire per colpa di una neoplasia: indipendentemente da età, sesso, organo trapiantato e tempo trascorso dall’intervento.



 

L’ADESIONE AGLI SCREENING NEI PAZIENTI TRAPIANTATI

I ricercatori hanno preso in esame una coorte di 6.392 persone dell’Ontario, che hanno ricevuto un organo nuovo tra il 1997 e il 2010. Tutte, nel corso dello studio, ricadevano nella fascia d’età che avrebbe dovuto sottoporsi a tre screening oncologici, che sono poi gli stessi garantiti in Italia dal Servizio Sanitario Nazionale: per il tumore al seno (mammografia), al colon-retto (ricerca del sangue occulto ed eventuale colonscopia) e alla cervice uterina (Pap test o ricerca del Dna del papillomavirus). Ma la maggior parte, in realtà, risultava saltare abitualmente gli appuntamenti a cadenza annuale o biennale. Nello specifico, le quote di mancata adesione sono risultate variabili tra il 70 (cervice uterina) e il 91 (seno) per cento. Il dato, da solo, non è sufficiente ad affermare che a minori tassi di partecipazione alle campagne di screening di popolazione corrisponda un più alto tasso di mortalità. Ma questa ipotesi era stata già confermata da un'altra ricerca, condotta dagli stessi chirurghi e pubblicata lo scorso anno sulla rivista Jama Oncology. In quel caso gli scienziati avevano evidenziato come i pazienti trapiantati avessero un rischio di morire di cancro tre volte superiore a quello del resto della popolazione. E le malattie oncologiche rappresentavano la prima causa di morte per queste persone.

Epatite C: così cala l’attesa per un trapianto di fegato

 


LO SCREENING E IL RAPPORTO COL MEDICO DI BASE

Dunque, più di quanto accada nelle persone sane, una minore adesione ai tassi di screening nei trapiantati corrisponde a una maggiore incidenza dei tumori e a tassi più alti di mortalità. Secondo Nancy Baxter, chirurgo dell’apparato digerente del St. Michael Hospital di Toronto e autore della pubblicazione, «la principale preoccupazione di questi pazienti è quella di godere di un buono stato di salute dopo un trapianto». I controlli all’organo trapiantato non mancano. Ma ciò che rischia di venire meno è la valutazione dello stato di salute complessiva. La ricerca ha svelato anche come i tassi di screening risultavano più alti nei pazienti che vedevano con maggiore frequenza il medico di base, rispetto agli stessi che avevano come unico interlocutore il chirurgo trapiantologo. In più il coinvolgimento di chi ha ricevuto un trapianto è risultato più basso in presenza di altre problematiche croniche: di natura cardiaca o metabolica.

IN QUALI CASI PUO' AVVENIRE IL PRELIEVO DEGLI ORGANI?

 

TRAPIANTI E CANCRO: QUALE RELAZIONE?

Perché i pazienti trapiantati hanno un maggior rischio di ammalarsi di cancro? «Lo scenario rimanda alla depressione del sistema immunitario, che nei pazienti trapiantati viene indotta dai farmaci per evitare il rigetto», dichiara Eric Engels, a capo della divisione di ricerca sulle infezioni, la genetica e l’epidemiologia dei tumori del National Cancer Institute di Bethesda, capofila di un gruppo di ricerca che nel 2011 dimostrò come le persone sottopostesi a un trapianto avevano un rischio alto di sviluppare 32 diversi tumori. Lo studio, pubblicato sul Journal of the American Medical Association, è considerato un caposaldo della letteratura che analizza il rischio oncologico nei pazienti trapiantati. «La maggior incidenza di tumori tra queste persone è la stessa che si osserva nei malati di Aids - prosegue l’esperto, che ha osservato il decorso clinico di oltre 175mila pazienti sottopostisi a un trapianto d’organo solido: di polmone, cuore, fegato, pancreas e rene -. L’immunosoppressione espone a rischi più alti di natura infettiva». Il rischio, nello specifico, è risultato influenzato anche dal tipo di trapianto. Le probabilità di ammalarsi di cancro del polmone, per esempio, erano più alte in chi aveva ricevuto un polmone nuovo. Quanto ai trapiantati di fegato, il più alto tasso di incidenza dell’epatocarcinoma sarebbe da ricondurre a precedenti infezioni da epatite (B e C) o dall’incidenza del diabete di tipo 2: più elevata nei trapiantati.

Potenziare il sistema immunitario contro il cancro: il ruolo dell’immunoterapia

 

I TUMORI PIU' A RISCHIO PER I PAZIENTI

«Più in generale, in questo caso lo spettro di malattie comprende soprattutto tumori indotti da virus cancerogeni: è il caso del sarcoma di Kaposi, dei linfomi, dei carcinomi anogenitali e dell’epatocarcinoma», afferma Antonio Daniele Pinna, direttore dell’unità operativa di chirurgia generale e dei trapianti del policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna e coordinatore del Gruppo italiano oncologico sui tumori nei trapiantati d’organo (Giotto). «Il cancro, in questi pazienti, è una conseguenza dell’immunodepressione cronica, dell’invecchiamento fisiologico, della presenza di virus cancerogeni, degli stili di vita e non da ultimo l’azione cancerogena diretta di alcune classi di farmaci immunosoppressori, ciononostante indispensabili».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza